giovedì 22 settembre 2011
venerdì 19 agosto 2011
Il Festival del Club de “I Borghi più belli d’Italia” 2-3-4.settembre
Il Festival del Club de “I Borghi più belli d’Italia”
Un evento unico, itinerante che attrae migliaia di turisti e curiosi e che, soprattutto, unisce i piccoli centri, quelli a volte più nascosti e conosciuti. E’ il Festival de “I Borghi più belli d’Italia” giunto alla 6a edizione, organizzato dall’omonimo Club fondato nel 2001 dall’ANCI, Associazione Nazionale dei Comuni Italiani. Tre giorni di eventi e spettacoli con 7 stand di delegazioni internazionali e 100 stand che propongono le tipicità de “I Borghi più belli d’Italia”, veri e propri musei all’aperto: dai villaggi-fortezza ai ricetti medievali, dai centri marinari a quelli montani, ognuno caratterizzato dai suoi prodotti, cuore della nostra alimentazione e della nostra creatività.Il Festival dei Borghi più Belli verrà animato da alcuni artisti di strada appartenenti al circuito dell'ormai famoso Bascherdeis, evento internazionale che ogni anno a fine luglio a Vernasca richiama più di ventimila appassionati al genere. In questo suggestivo scenario medievale i buskers troveranno modo di vestire di fantasia e divertimento i due giorni del Festival. Statue viventi, giullari e acrobati circensi si esibiranno tra le vie del piccolo borgo di Vigoleno proponendo spettacoli inconsueti e coinvolgenti. Una vetrina speciale per apprezzare gli angoli più suggestivi della nostra penisola, tra atmosfere, tradizioni, sapori, idee, con convegni, mostre d’arte, degustazioni e spettacoli gratuiti fino a tarda notte in collaborazione con Appennino Folk Festival e Festival Internazionale degli Artisti di Strada.
Il Festival in cifre
Oltre 40.000 visitatori attesi e la partecipazione di più di 100 comuni italiani. Verranno ospitate delegazioni di Francia, Belgio, Portogallo, Grecia, Giappone, Russia, Romania, Germania che aggiungeranno al Festival un tocco internazionale. Per l’occasione sarà anche emesso uno speciale annullo postale.Per i tuoi pernottamenti e week end in Appennino Piacentino;
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Il programma
CASTELL’ARQUATO venerdi’ 2 settembre
Ore 11,30 Conferenza stampa ALPITOUR AperitivoOre 17,00
Inaugurazione del festival alla presenza dei rappresentanti dei Borghi Accredito delle delegazioni e delle Autorità
Cerimonia del taglio del nastro presso il Palazzo del podestà
Saluti delle Autorità presso la sala del Palazzo del Podestà
Trasferimento in Piazza Municipio e spettacolo di musica e animazione
Aperitivo all’aperto
Ore 21,30 Cena tipica piacentina
Ore 23,00 Incendio del Castello. Spettacolo pirotecnico
CASTELL’ARQUATO – sabato 3 settembre
Ore 10,00 Convegno “Stati Generali del Turismo Sociale in Italia: criticità – attese – proposte.È tempo di Politiche Sociali – I rapporti internazionali e gli strumenti a disposizione – Progetto pluriennale per il turismo” - in collaborazione con O.T.I.S. Italia – Palazzo del Podestà
Coffee break
VIGOLENO – sabato 3 settembre
Ore 9,00 Inizio accredito delegazioni presso Ufficio I.A.T.Ore 10,00 Apertura degli stand con musica popolare Apertura mostre d’arte e iniziative culturali e promozionali
Ore 11,00 Convegno “Piacenza: capitale europea dei prodotti D.O.P.”
Ore 12,00 Apertura punti ristoro
Ore 15,00 Cerimonia di apertura degli stand alla presenza delle Autorità.
Presentazione e saluto delle delegazioni straniere
Ore 16,30 Animazione musicale con ghironda, piffero, cornamusa, piva e fisarmonica.
Ore 18,30 Oratorio della Beata Vergine delle Grazie: concerto di Ettore Castagna con le Antiche Ferrovie Calabro-Lucane.
Ore 19,30 Cene tipiche piacentine presso gli stand gastronomici
Ore 24,00 Chiusura stand
Ore 24,10 Spettacolo pirotecnico
VIGOLENO – domenica 4 settembre
Ore 10,00 Apertura standOre 10,15 Collegamento con Rai1 Mattina
Ore 10,30 Annullo postale in Piazza della Fontana
Ore 11,00 Convegno “Il caso Gradella: valorizzazione e tutela dei Borghi”
Ore 11,30 Apertura punti ristoro e animazione di strada
Ore 13,00 Pranzo tipico piacentino presso gli stand
Ore 15,30 Animazione musicale con il gruppo “ Domo Migrantes”, interpreti della tradizione pugliese e siciliana e il polistrumentista Patrick Novara con gli antichi gli strumenti ad ancia doppia, ciaramella, piffero e bombarda.
Ore 17,00 Premiazione prodotti tipici
Ore 18,00 Cerimonia del “Passaggio della Bandiera” alla presenza dei Sindaci che ospiteranno il prossimo appuntamento
Ore 19,00 Chiusura del Festival e degli stand
DOZZA – sabato 12 novembre
Workshop: “BuyBorghi” – Workshop dell’offerta turistica dei Borghi più Belli d’Italia, si propone come l’unico Workshop del prodotto turistico dedicato esclusivamente ai Borghi italiani.Offerte turistiche
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Il borgo di Offida
il centro storico di Offida è racchiuso all’interno delle antiche Mura Castellane (sec. XII), punto di partenza di un itinerario ideale tra le vie e le piazze del paese, un percorso lungo il quale si trovano monumenti di grande valore storico, artistico ed architettonico, testimonianza di un illustre passato. Nella piazza principale si distingue il Palazzo Comunale, un elegante edificio risalente ai secoli XI-XII che ancora oggi rappresenta il cuore della vita amministrativa di Offida. All’interno del Palazzo Comunale si trova il Teatro Serpente Aureo, un vero gioiello di concezione barocca di tipo a boccascena o, come comunemente si suole dire, all’italiana, con schema a "ferro di cavallo”. Poco distanti la Chiesa della Collegiata, che ospita all’interno della cripta la ricostruzione della Grotta di Lourdes; la Chiesa dell’Addolorata in cui è custodita la Bara del Cristo Morto e la Chiesa di S. Agostino, con l’annessa Cappella del Miracolo Eucaristico
Il monumento più insigne di Offida è rappresentato dalla chiesa di Santa Maria della Rocca, ricostruita nel 1330 su una chiesina dell’XI secolo. Nell’itinerario turistico non possono essere dimenticati il Museo di Offida e l’ ex convento di San Francesco che ospita l’Enoteca Regionale delle Marche.
“Ad Offida si spende poco e si mangia bene”. E’ la traduzione di un detto dialettale utilizzato in passato dai cittadini dei paesi limitrofi e che riassume molto bene le caratteristiche dell’ enogastronomia offidana, molto ricca di prodotti e piatti tipici.
“Ad Offida si spende poco e si mangia bene”. E’ la traduzione di un detto dialettale utilizzato in passato dai cittadini dei paesi limitrofi e che riassume molto bene le caratteristiche dell’ enogastronomia offidana, molto ricca di prodotti e piatti tipici.
I due prodotti tipici sono:1. Il Chichì Ripieno: una focaccia molto gustosa e saporita farcita con tonno, alici, capperi e peperoni, particolarmente adatta per tutti gli spuntini o per accompagnare aperitivi ed antipasti tipici. Ogni anno, la prima domenica di agosto, la Pro Loco di Offida organizza la “Sagra del Chichì ripieno”, un’occasione per degustare questo particolare prodotto. 2. I Funghetti: dolci molto semplici a base di acqua, zucchero, farina e anice. Sono così chiamati perché hanno l’aspetto di piccoli funghi. In origine si trovavano soltanto sottoforma di “rosetta”, poiché lo zucchero fuso ne teneva uniti diversi, ma avevano la caratteristica di diventare molto duri dopo pochi giorni. Oggi si trovano anche singoli funghetti molto più piccoli e più teneri, ma leggermente diversi nel gusto rispetto agli originali.
Offida, con oltre 1.100 ettari coltivati a vigneto, è il comune della Provincia di Ascoli Piceno con la maggiore superficie vitata ed uno dei primi della Regione Marche. Negli ultimi anni, con studi e ricerche sui vitigni, sulle tecniche di produzione e vinificazione, si è raggiunta una qualità dei vini di grande eccellenza che, sempre più, si affermano nel mondo degli esperti e dei consumatori.Quattro sono le D.O.C. presenti nel territorio: Rosso Piceno, Rosso Piceno Superiore, Falerio dei Colli Ascolani e Offida Doc (nelle varietà pecorino, passerina, passerina spumante, passerina passito e vino santo, rosso) di recente approvazione. Il Vino Cotto: è un vino molto dolce e liquoroso che si ottiene dalla cottura del mosto non ancora fermentato. Ha una gradazione piuttosto alta e viene prodotto soltanto a livello familiare. Viene generalmente servito a fine pasto, accompagnato al dolce. Il Mistrà: è un liquore artigianale che si ottiene dalla distillazione del vino. Può essere aromatizzato in vario modo aggiungendo anice o erbe, che conferiscono al mistrà un colore verde. E’ un efficace digestivo.
Ricca la cucina di questo territorio, il Li Taccù : è un piatto povero molto diffuso nei tempi passati. Si tratta di una sorta di tagliolini piuttosto grossi impastati senza uova, ma solo con acqua e farina che possono essere cucinati in vari modi: in brodo con un soffritto di cipolla e pancetta oppure asciutti e conditi con sugo di pomodoro. I maccheroncini della trebbiatura : maccheroncini all’uovo, conditi con sugo di pomodoro e rigaglie di pollo. Sono così chiamati perché costituivano il piatto tipico che i contadini preparavano in occasione della trebbiatura. Pollo Ncipp Nciapp : ricetta semplice e gustosa che consiste in uno spezzatino di pollo rosolato in padella ed aromatizzato con aglio e rosmarino.
Coniglio in salsa : spezzatino di coniglio molto saporito, con salsa di peperoni, alici, prezzemolo, capperi, olive e carciofini. Offida, con oltre 1.100 ettari coltivati a vigneto, è il comune della Provincia di Ascoli Piceno con la maggiore superficie vitata ed uno dei primi della Regione Marche. Negli ultimi anni, con studi e ricerche sui vitigni, sulle tecniche di produzione e vinificazione, si è raggiunta una qualità dei vini di grande eccellenza che, sempre più, si affermano nel mondo degli esperti e dei consumatori.Quattro sono le D.O.C. presenti nel territorio: Rosso Piceno, Rosso Piceno Superiore, Falerio dei Colli Ascolani e Offida Doc (nelle varietà pecorino, passerina, passerina spumante, passerina passito e vino santo, rosso) di recente approvazione. Il Vino Cotto: è un vino molto dolce e liquoroso che si ottiene dalla cottura del mosto non ancora fermentato. Ha una gradazione piuttosto alta e viene prodotto soltanto a livello familiare. Viene generalmente servito a fine pasto, accompagnato al dolce. Il Mistrà: è un liquore artigianale che si ottiene dalla distillazione del vino. Può essere aromatizzato in vario modo aggiungendo anice o erbe, che conferiscono al mistrà un colore verde. E’ un efficace digestivo.
Ricca la cucina di questo territorio, il Li Taccù : è un piatto povero molto diffuso nei tempi passati. Si tratta di una sorta di tagliolini piuttosto grossi impastati senza uova, ma solo con acqua e farina che possono essere cucinati in vari modi: in brodo con un soffritto di cipolla e pancetta oppure asciutti e conditi con sugo di pomodoro. I maccheroncini della trebbiatura : maccheroncini all’uovo, conditi con sugo di pomodoro e rigaglie di pollo. Sono così chiamati perché costituivano il piatto tipico che i contadini preparavano in occasione della trebbiatura. Pollo Ncipp Nciapp : ricetta semplice e gustosa che consiste in uno spezzatino di pollo rosolato in padella ed aromatizzato con aglio e rosmarino.
Da segnalare che nel borgo di offida si terrà dal 14 al 17 luglio la prima edizione di "CiBorghi " il festival gastronomico dei Borghi più belli d'Italia
martedì 10 maggio 2011
Il borgo di Montemarcello
Da Bocca di Magra, piccolo borgo posto alla foce del fiume, già rifugio estivo di patrizi romani, come ci tramanda Persio Aulo Flacco e testimoniano i resti di una villa del periodo imperiale, si intraprende il cammino alla scoperta di questo lembo di terra ligure al confine con la Toscana. Ci si ritrova così sulle tracce del “ghibellin fuggiasco”, Dante Alighieri, che al Monastero del Corvo, fondato dai frati benedettini nel 1176, andò a cercare pace nel 1306; quello stesso monastero che ospita, in una piccola cappella, un raro capolavoro ligneo di arte romanica: la Santa Croce. Secondo una cronaca dell’epoca, Dante avrebbe lasciato a un frate il manoscritto dell’Inferno, affinché lo recapitasse a Uguccione della Faggiola. Ci si inerpica quindi per una vecchia via militare che, tra i profumi inebrianti del timo, del mirto e dell’elicriso, fiancheggiando i resti di una batteria costiera conduce a Punta Bianca, le cui candide rocce, antiche cave romane, si fondono con la spuma del mare in tempesta.
Da lì, attraverso boschi di leccio e corbezzoli si giunge a Montemarcello. Si accede al borgo passando sotto la porta d’ingresso quattrocentesca. Sul passo di guardia, volgendo lo sguardo a nord, l’occhio viene catturato dall’antica torre, oggi residenza privata. Percorrendo le vie interne, suggestive per le arcate in pietra che ogni tanto le interrompono, si è colpiti dalla loro struttura ad angolo retto che riporta alla mente la struttura dell’accampamento romano. Nella quattrocentesca Parrocchiale di San Pietro, ampliata nelle forme attuali nel Seicento, sono conservate alcune opere di valore artistico, come il trittico in marmo del 1529 attribuito a Domenico Gar e il trittico ligneo del XIV secolo. Molto piacevole la piazzetta per l’atmosfera ligure che sprigiona, dovuta all’armonia degli elementi architettonici combinati tra loro.
Uscendo dal borgo a sud, si notano i resti di una fortificazione militare che domina la costa sino a Livorno. Sul lato ovest si snoda un sentiero che conduce al belvedere di Punta Corvo (266 m s.l.m.), in cui l’azzurro del mare si fonde con il verde dei pini d’Aleppo. “Dal Capo Corvo ricco di viburni i pini vedess’io della Palmaria che col lutto dei marmi suoi notturni sta solitaria”, scriveva Gabriele D’Annunzio nelle Laudi.
Lasciando Montemarcello dal lato est e percorrendo un sentiero tra boschi di castagni e roverelle, si giunge ad Ameglia, “che vince l’ombra fonda che qui si accampa molto prima che altrove faccia sera ” – altra citazione d’obbligo da una poesia di Paolo Bertolani. Anche qui, se si esclude la zona moderna, è festa per gli occhi: le strette vie si intersecano quasi a formare un labirinto e le case, abbarbicate le une alle altre, si fondono come in unico blocco difensivo intorno al castello (XIII secolo, ora sede comunale) di cui è parte la torre rotonda (X-XI secolo) recentemente restaurata. Nella parte bassa del paese, l’antica Pieve di San Vincenzo conserva al suo interno un pregevole trittico marmoreo del XVI secolo. Si torna quindi al fiume, la Magra, “che, per cammin corto, /parte lo Genovese dal Toscano”, come scrive Dante (Paradiso, IX, 89-90).
I fichi eccezionali, chiamati “binèi”, erano anche una fonte di reddito per il borgo, come l’olio d’oliva e il formaggio pecorino conservato sott’olio in una piccola giara fino a farlo diventare di colore rossiccio. Purtroppo, l’abbandono della campagna ha reso rari e preziosi questi prodotti. Benché in collina, Montemarcello a tavola porta il mare. Il polpo, cucinato lesso con patate, è il frutto della pesca a Punta Corvo, la spiaggia sotto il borgo. Anche lo stoccafisso appartiene alla tradizione locale. Piatto di terra sono invece i “tagiain a menestron”, una minestra di verdure miste di stagione a cui si aggiunge la pasta fatta in casa. Nel periodo estivo la minestra viene insaporita a fine cottura con foglie di basilico fresco mentre d’inverno si arricchisce con legumi secchi. Il vino della zona è il bianco Doc Vermentino dei Colli di Luni.
il Borgo di Tellaro
“Io, come la rondine di Anacreonte ho lasciato il mio Nilo e sono migrato qui per l’estate, in una casa isolata di fronte al mare e circondata dal soave e sublime scenario del Golfo della Spezia”. Così scriveva nel 1822 Percy Bysshe Shelley, e da qui dobbiamo partire per imparare ad amare questi luoghi. Il tour può cominciare a San Terenzo, appena prima di Lerici, dove si trovano il castello, Casa Magni che fu dimora di Mary e Percy B. Shelley, e Villa Marigola col suo grande parco, visitata dai pittori macchiaioli, Gabriele D’Annunzio e Sem Benelli, che nella torretta in mezzo al parco scrisse “La cena delle beffe”. Oggi la villa è sede di un centro studi che organizza convegni e manifestazioni culturali.
A Lerici, “calda e azzurra” (Virginia Woolf), è bella la salita al Castello di San Giorgio che si erge sul promontorio roccioso di fronte alla baia. Costruito nel 1152 e modificato dai pisani e dai genovesi, assume l’attuale conformazione intorno al 1555. Da vedere, all’interno, la Cappella di Santa Anastasia in stile pisano-genovese del XIII sec., con il suo vestibolo decorato in bicromia.
Tra il castello e il porto (l’attuale piazza Garibaldi) si trova Palazzo Doria, così chiamato per aver ospitato l’ammiraglio genovese Andrea Doria quando, nel 1528, tradì la Francia per la Spagna, mettendo al servizio di quest’ultima le sue navi per il controllo del Mediterraneo. Il suo corpo centrale risale al Medioevo, quando era sede dell’Ospedale dei Santi Pietro e Paolo che dava ricovero ai pellegrini diretti ai luoghi santi. A restauro ultimato Palazzo Doria diventerà museo e luogo di spettacoli e incontri culturali.
“È nella rupe tenace, proprio dove le cancrene affiorano (…) che le nostre case hanno radici”, scrive Luigi M. Faccini di Lerici. Meritano una visita il Ghetto, istituito nel 1676 dal cardinale Spinola, dov’erano concentrate numerose famiglie di mercanti ebrei di origine livornese; la via del Rivellino, con la muraglia di difesa del castello; la salita Arpara, il Vico de’ Pisani, le piazzette del Poggio e di San Giorgio, quest’ultima di fronte al castello, e l’oratorio barocco di San Rocco in largo Marconi.
La Casa Rosa di Fiascherino nella quale visse lo scrittore David H. Lawrence nel 1913-14 (“Qui è bellissimo. Siedo sugli scogli di fronte al mare per tutto il giorno e scrivo. Ti dico che è un sogno”), è meta di colti turisti inglesi.
Ed eccoci finalmente a Tellaro, “un nirvana tra mare e cielo, tra le rocce e la montagna verde”, come ha scritto Mario Soldati. Venendo dal mare la chiesetta di San Giorgio e il borgo fortificato si presentano come una nave pronta al varo. Tellaro è un angolo di mondo che sembra fatto apposta per proteggere dai rumori del mondo. È qui che Attilio Bertolucci, uno dei più grandi poeti italiani contemporanei, veniva a cercare quiete, nelle mezze stagioni. D. H. Lawrence era affascinato dalle donne che lavoravano negli uliveti, dalle loro voci sonanti sulle colline: “Quando vado a Tellaro a prendere la posta, mi aspetto sempre di incontrare Gesù che conversa coi discepoli come se andasse lungo il mare sotto i grigi alberi luminosi”. Il borgo a picco sulle rocce del mare è ancora incantevole.
Era il luogo dell’anima di Soldati: “Girate per questi carruggi che sbucano in mare e poi sedetevi in un angolo tra i sassi della riva” – raccomandava. Questo si deve fare: lasciarsi prendere dall’atmosfera. Salire all’antico (1660) Oratorio di Santa Maria in Selàa e guardare il Mediterraneo. Recitare i versi di P. Bertolani e M. Tuckett: “… groviglio di razze passate da qui ancora testimoniano le vie il colore dei muri intenerito dal salino ancora nell’ulivo colpito dal maestrale nelle case dei pescatori nicchiano inosservate lune saracene…”
Le rovine di Barbazzano, tra il verde degli ulivi, sono una torre sberciata e cadente presso l’antica porta e la chiesetta dedicata a San Giorgio.
La collina sopra Tellaro è interamente coperta da uliveti che, dopo un triste periodo d’abbandono, stanno tornando alla bellezza d’un tempo.
A Lerici, “calda e azzurra” (Virginia Woolf), è bella la salita al Castello di San Giorgio che si erge sul promontorio roccioso di fronte alla baia. Costruito nel 1152 e modificato dai pisani e dai genovesi, assume l’attuale conformazione intorno al 1555. Da vedere, all’interno, la Cappella di Santa Anastasia in stile pisano-genovese del XIII sec., con il suo vestibolo decorato in bicromia.
Tra il castello e il porto (l’attuale piazza Garibaldi) si trova Palazzo Doria, così chiamato per aver ospitato l’ammiraglio genovese Andrea Doria quando, nel 1528, tradì la Francia per la Spagna, mettendo al servizio di quest’ultima le sue navi per il controllo del Mediterraneo. Il suo corpo centrale risale al Medioevo, quando era sede dell’Ospedale dei Santi Pietro e Paolo che dava ricovero ai pellegrini diretti ai luoghi santi. A restauro ultimato Palazzo Doria diventerà museo e luogo di spettacoli e incontri culturali.
“È nella rupe tenace, proprio dove le cancrene affiorano (…) che le nostre case hanno radici”, scrive Luigi M. Faccini di Lerici. Meritano una visita il Ghetto, istituito nel 1676 dal cardinale Spinola, dov’erano concentrate numerose famiglie di mercanti ebrei di origine livornese; la via del Rivellino, con la muraglia di difesa del castello; la salita Arpara, il Vico de’ Pisani, le piazzette del Poggio e di San Giorgio, quest’ultima di fronte al castello, e l’oratorio barocco di San Rocco in largo Marconi.
La Casa Rosa di Fiascherino nella quale visse lo scrittore David H. Lawrence nel 1913-14 (“Qui è bellissimo. Siedo sugli scogli di fronte al mare per tutto il giorno e scrivo. Ti dico che è un sogno”), è meta di colti turisti inglesi.
Ed eccoci finalmente a Tellaro, “un nirvana tra mare e cielo, tra le rocce e la montagna verde”, come ha scritto Mario Soldati. Venendo dal mare la chiesetta di San Giorgio e il borgo fortificato si presentano come una nave pronta al varo. Tellaro è un angolo di mondo che sembra fatto apposta per proteggere dai rumori del mondo. È qui che Attilio Bertolucci, uno dei più grandi poeti italiani contemporanei, veniva a cercare quiete, nelle mezze stagioni. D. H. Lawrence era affascinato dalle donne che lavoravano negli uliveti, dalle loro voci sonanti sulle colline: “Quando vado a Tellaro a prendere la posta, mi aspetto sempre di incontrare Gesù che conversa coi discepoli come se andasse lungo il mare sotto i grigi alberi luminosi”. Il borgo a picco sulle rocce del mare è ancora incantevole.
Era il luogo dell’anima di Soldati: “Girate per questi carruggi che sbucano in mare e poi sedetevi in un angolo tra i sassi della riva” – raccomandava. Questo si deve fare: lasciarsi prendere dall’atmosfera. Salire all’antico (1660) Oratorio di Santa Maria in Selàa e guardare il Mediterraneo. Recitare i versi di P. Bertolani e M. Tuckett: “… groviglio di razze passate da qui ancora testimoniano le vie il colore dei muri intenerito dal salino ancora nell’ulivo colpito dal maestrale nelle case dei pescatori nicchiano inosservate lune saracene…”
Le rovine di Barbazzano, tra il verde degli ulivi, sono una torre sberciata e cadente presso l’antica porta e la chiesetta dedicata a San Giorgio.
La collina sopra Tellaro è interamente coperta da uliveti che, dopo un triste periodo d’abbandono, stanno tornando alla bellezza d’un tempo.
Se ne ricava un ottimo olio dal colore dorato, e dal sapore leggermente asprigno e salmastro.
Dalla leggenda del polpo campanaro che ha salvato i tellaresi dai pirati saraceni, derivano le ricette imperniate su questo mollusco.
Il piatto tipico è il polpo “alla tellarese”, ossia lessato con patate e condito con olio di Tellaro, olive snocciolate e un trito di aglio e prezzemolo, sale, pepe e succo di limone.
Un’altra versione è il polpo “all’inferno”, cioè stufato con foglie di alloro, maggiorana, peperoncino, pomodoro e una spruzzata di vino bianco.
Tipica di qui è anche la focaccia dolce, con uvetta, pinoli e canditi, più morbida della nota focaccia genovese.
Dalla leggenda del polpo campanaro che ha salvato i tellaresi dai pirati saraceni, derivano le ricette imperniate su questo mollusco.
Il piatto tipico è il polpo “alla tellarese”, ossia lessato con patate e condito con olio di Tellaro, olive snocciolate e un trito di aglio e prezzemolo, sale, pepe e succo di limone.
Un’altra versione è il polpo “all’inferno”, cioè stufato con foglie di alloro, maggiorana, peperoncino, pomodoro e una spruzzata di vino bianco.
Tipica di qui è anche la focaccia dolce, con uvetta, pinoli e canditi, più morbida della nota focaccia genovese.
domenica 8 maggio 2011
Perchè nasce il Club dei "Borghi più Belli d'Italia". .
La bellezza a due passi da casa
Questo viaggio nei borghi più belli d'Italia è iniziato con una lettura, i Sillabari di Goffredo Parise. Ad un certo punto della sua vita, lo scrittore abbandona Roma per una casetta, "un piccolo Eden profumato di sambuco", nella provincia veneta: non propriamente in un borgo antico, ma comunque in un luogo incantato, intorno al quale cominciavano a crescere - erano gli anni Settanta - i capannoni, i condomini, le villette geometrili del disordine edilizio italiano.
Parise, che non disdegnava affatto la città e non era un solitario, cercava un luogo in cui potersi confrontare con se stesso, con i propri fantasmi, con l'immaginazione: un luogo in cui "respirare il senso del tempo", sentire "l'odore della vita e delle sue stagioni".
I borghi sono questi luoghi incantati la cui bellezza, consolidata nei secoli, trascende le nostre vite, e che abbiamo perciò il dovere di salvare. Iniziando innanzitutto a catalogarli. Quanti sono in Italia? Secondo una stima molto approssimativa potrebbero essere duecento, i "bellissimi". Avremo la risposta definitiva tra qualche anno, quando il lavoro di classificazione sarà completato. Intanto, la rivisitazione - contenuta in questa guida - di piazze, rocche, castelli, chiese, palazzi, torri, campanili, paesaggi, feste, prodotti tipici, storie, ci fa capire come davvero l'Italia sia, fuor di retorica, il paese più bello del mondo.
L'urgenza è quella di conservare e tramandare alle successive generazioni questo immenso patrimonio culturale e ambientale, in larga parte sconosciuto ai più. Il valore della bellezza sta nel suo potere di guida: a due passi da casa, ci sono mondi che non conosciamo; c'è la possibilità di trascorrere vacanze davvero "esotiche", lontano dagli stereotipi del turismo di massa. Un'alternativa ai "non luoghi" delle città, anonimi e uguali ovunque. E un'alternativa di vita: perché, come diceva Pound, "il procedere lento è bellezza".
Claudio Bacilieri
Comitato scientifico Club dei Borghi più belli d'Italia
Questo viaggio nei borghi più belli d'Italia è iniziato con una lettura, i Sillabari di Goffredo Parise. Ad un certo punto della sua vita, lo scrittore abbandona Roma per una casetta, "un piccolo Eden profumato di sambuco", nella provincia veneta: non propriamente in un borgo antico, ma comunque in un luogo incantato, intorno al quale cominciavano a crescere - erano gli anni Settanta - i capannoni, i condomini, le villette geometrili del disordine edilizio italiano.
Parise, che non disdegnava affatto la città e non era un solitario, cercava un luogo in cui potersi confrontare con se stesso, con i propri fantasmi, con l'immaginazione: un luogo in cui "respirare il senso del tempo", sentire "l'odore della vita e delle sue stagioni".
I borghi sono questi luoghi incantati la cui bellezza, consolidata nei secoli, trascende le nostre vite, e che abbiamo perciò il dovere di salvare. Iniziando innanzitutto a catalogarli. Quanti sono in Italia? Secondo una stima molto approssimativa potrebbero essere duecento, i "bellissimi". Avremo la risposta definitiva tra qualche anno, quando il lavoro di classificazione sarà completato. Intanto, la rivisitazione - contenuta in questa guida - di piazze, rocche, castelli, chiese, palazzi, torri, campanili, paesaggi, feste, prodotti tipici, storie, ci fa capire come davvero l'Italia sia, fuor di retorica, il paese più bello del mondo.
L'urgenza è quella di conservare e tramandare alle successive generazioni questo immenso patrimonio culturale e ambientale, in larga parte sconosciuto ai più. Il valore della bellezza sta nel suo potere di guida: a due passi da casa, ci sono mondi che non conosciamo; c'è la possibilità di trascorrere vacanze davvero "esotiche", lontano dagli stereotipi del turismo di massa. Un'alternativa ai "non luoghi" delle città, anonimi e uguali ovunque. E un'alternativa di vita: perché, come diceva Pound, "il procedere lento è bellezza".
Claudio Bacilieri
Comitato scientifico Club dei Borghi più belli d'Italia
venerdì 6 maggio 2011
Il Borgo di Campo Ligure
Sul borgo antico di Campo Ligure spicca il Castello, visibile anche dall’autostrada, restaurato e utilizzato per concerti e iniziative culturali. La sua struttura muraria esterna potrebbe risalire al XII-XIII secolo, mentre la torre è di epoca più recente. La famiglia Spinola ne fece la sentinella del borgo e della valle Stura. Nuovamente fortificato nel 1310, il castello fu abbandonato nel Settecento. Entrando nel centro storico dalla via principale, a sinistra si incontra l’Oratorio dei Santi Sebastiano e Rocco, costruito nel 1647 in stile barocco. Tra le pitture conservate al suo interno, spicca il Martirio di San Sebastiano della scuola di Domenico Piola. Durante il periodo natalizio l’oratorio ospita un interessante presepe meccanizzato. Sulla piazza dedicata ai Martiri della Benedicta, posta tra la piazza principale e il castello, si nota l’Oratorio di Nostra Signora Assunta, citato per la prima volta in un documento del 1585. L’incendio appiccato al borgo dalle truppe genovesi e corse il 22 giugno 1600 danneggiò seriamente l’edificio come ricorda l’abate Luciano Rossi nel suo L’incendio di Campo. L’impianto seicentesco fu completamente ricostruito verso la metà del Settecento. Si provvide in particolare all’allestimento dell’altare maggiore e degli altari di San Gaetano e del Santissimo Crocefisso. Il primo conserva un gruppo ligneo policromo che rappresenta San Gaetano che riceve il Bimbo dalla Vergine e la secentesca statua lignea dell’Assunta di Ursino de Mari; il secondo un Crocefisso di scuola napoletana. Sulla piazza principale del centro storico si affacciano la Chiesa della Natività di Maria Vergine e Palazzo Spinola. La parrocchiale espone un dipinto di Bernardo Strozzi, pittore che potrebbe essere nato proprio a Campo Ligure. Edificato nella prima metà del XIV secolo dai marchesi Spinola e ampliato nel 1693, Palazzo Spinola si presenta con un’elegante facciata affrescata. Il ponte medievale che scavalca il torrente Stura fu realizzato nel IX secolo e articolato in quattro campate. Le frequenti alluvioni provocarono crolli e distruzioni, con successivi rifacimenti. L’ultima ricostruzione del ponte risale al 1841; la struttura attuale mantiene un’arcata originaria che presenta uno stile molto simile a quello originale. Proseguendo oltre il ponte e il Municipio, nella zona del cimitero, si trova l’ex Chiesa di San Michele Arcangelo, citata una prima volta in un documento del 1241. Il destino della chiesa, sorta sulle rive dello Stura, è legato agli umori del torrente: numerose alluvioni costrinsero a continui rifacimenti fino al XX secolo. Una prima testimonianza in tal senso cita un’inondazione del Trecento, a seguito della quale i restauri non furono ultimati prima del 1450. L’ultima ricostruzione è del 1939-41, a seguito del disastro causato dall’alluvione del 1935.
Campo Ligure è uno dei principali centri europei per la produzione della filigrana. Quest’arte orafa consiste nel lavorare finissimi fili di metallo prezioso per produrre oggetti dal disegno lieve e ricercato. Le migliori realizzazioni provenienti da ogni parte del mondo sono esposte nel Museo. Inoltre, una mostra annuale celebra in settembre la tradizione e la produzione artigianale della filigranaIn cucina cominciamo con la revzöra, la classica focaccia ligure, impastata però, con la farina di mais. La bazzurra è invece una zuppa preparata con latte e castagne, due ingredienti basilari nella cucina povera di un tempo. La pute è una polenta cotta nel brodo vegetale: una volta veniva tagliata a fette e inzuppata nel latte, oggi è servita anche accompagnata da verdure.
Il Borgo Di Specchia
Situato in una posizione strategica che domina la pianura sottostante, il centro storico di Specchia è considerato fra i più belli del Salento.
Le strette stradine chiuse al traffico e interrotte da rampe di scale racchiudono un nucleo abitativo frutto in larga misura di un'architettura spontanea che ha avuto origine nei secoli XVI e XVII, e che è giunta quasi intatta sino a nostri giorni.
Al visitatore che in silenzio e in solitudine si avventura per il borgo, parleranno - ha scritto Antonio Penna -"i semplici e composti portali catalani o barocchi, le cornici di pietra leccese, le iscrizioni in italiano o latino, i beccatelli dei balconi proiettati sulle strade, le logge panciute in ferro battuto, gli archetti pensili, che ancora adornano le facciate di case un tempo signorili, i fregi, le statue, le colonne, le edicole votive con immagini sacre sbiadite dal tempo".
Ancora oggi, il centro storico di Specchia rivela un tipico impianto medievale che è cresciuto nel XV sec. - il periodo di ricostruzione delle mura - intorno al primitivo nucleo costituito dal castello. Si ritiene che la data della ricostruzione di Specchia, dopo le devastanti guerre tra Angioini e Aragonesi, sia il 1452, e che il merito vada a Raimondo del Balzo. Ma poiché la strada principale si chiama ancora "rua", il francesismo riporta alla dominazione angioina, cioè al XIV sec., quando doveva già esistere un nucleo organizzato.
Delle antiche mura che cingevano il paese rimangono solo alcuni frammenti lungo la via che lo circonda ad occidente, mentre nelle mura di levante si nota uno dei più antichi esempi dello stemma di Specchia riproducente un mandorlo che cresce su un cumulo di pietre. Le mura più recenti risalgono invece a 150 anni fa e sono state da poco ristrutturate.
Il centralissimo castello Risolo è una struttura fortificata di impianto cinquecentesco, originariamente isolata e ora congiunta ad altre costruzioni tra le quali emergono due torrioni alti e quadrati posti sugli spigoli dell'antica costruzione quadrangolare.
Il fronte orientale su piazza del Popolo è occupato da una cortina settecentesca a due livelli, mentre al centro si apre il portone bugnato sovrastato dallo stemma e da due statue. Appartenuto a importanti famiglie, si devono ai Protonobilissimi, marchesi di Specchia nei sec. XVI e XVII, gli interventi di trasformazione da castello a palazzo marchesale.
La parte più suggestiva del borgo è quella dietro il castello, dove tra scalinate e strade brevi e strette, tra i vicoli e le corti, si svolge la vita della gente, quasi sempre all'aperto, lasciando i sogni dietro le finestre socchiuse.
La chiesa e l'annesso convento dei Francescani Neri hanno una data certa, il 1531, quando si svolse nel convento il Capitolo dei Francescani Neri, come riportato in una iscrizione. Del 1532 è la costruzione della cappella di S. Caterina Martire, splendidamente affrescata con scene della vita di S. Caterina e del suo martirio. La cripta, scavata nella roccia è sorretta da 36 colonnine su quattro linee e porta sulle pareti tracce di affreschi.
La chiesa Parrocchiale fu edificata nel 1605 ma ha subito molti rifacimenti. I pilastri sono in pietra leccese stuccati alla veneziana mentre gli archi trionfali sono decorati con motivi floreali.
Di costruzione secentesca sono anche le chiese dell'Assunta e di S. Antonio, con annesso convento dei Domenicani.
Più interessante è la chiesa di S. Nicola, edificata nel IX-X sec. e nel 1587 restaurata ed adattata al rito latino, come ricordato dalla lapide posta sulla facciata.
Era di rito greco anche la chiesa di S. Eufemia, la cui abside è disposta verso oriente, secondo l'uso bizantino, perché da questo punto cardinale sorge il sole, simbolo della divinità di Cristo. La pianta è rettangolare mentre l'abside, costituita da blocchi regolari di pietra locale, ha forma poligonale. Su di essa si apre una grande bifora che illumina l'interno. La chiesa, databile fine IX-inizi X sec., è un brandello di medioevo che rivive in questo angolo di Salento.
Da vedere, infine, il frantoio ipogeo, recentemente restaurato, testimonianza storica dell'importanza per Specchia della produzione dell'olio.
Il Capo di Leuca è ricco di queste strutture architettoniche, realizzate tra il '500 e l'800 e ora abbandonate, che hanno rappresentato la fondamentale risorsa economica dell'antica provincia della Terra d'Otranto sotto il Regno di Napoli.
Il prodotto del borgo E' naturalmente l'olio extravergine d'oliva, i cui produttori si sono riuniti, su iniziativa del Comune, sotto un'unica etichetta con il marchio "De.C.O Specchia" (Denominazione Comunale di Origine), che identifica le bottiglie di olio prodotto a Specchia.Il Comune inoltre aderisce alla Strada dell'Olio "Jonica - Antica Terra d'Otranto".Tra le innumerevoli ricette di questa terra di ricchissima tradizione gastronomica, bisogna ricordare almeno i ciceri e tria, un piatto a base di ceci e pasta fatta in casa, la minestra con fave e carciofi e l'insalata di melanzane alla griglia.
Le strette stradine chiuse al traffico e interrotte da rampe di scale racchiudono un nucleo abitativo frutto in larga misura di un'architettura spontanea che ha avuto origine nei secoli XVI e XVII, e che è giunta quasi intatta sino a nostri giorni.
Al visitatore che in silenzio e in solitudine si avventura per il borgo, parleranno - ha scritto Antonio Penna -"i semplici e composti portali catalani o barocchi, le cornici di pietra leccese, le iscrizioni in italiano o latino, i beccatelli dei balconi proiettati sulle strade, le logge panciute in ferro battuto, gli archetti pensili, che ancora adornano le facciate di case un tempo signorili, i fregi, le statue, le colonne, le edicole votive con immagini sacre sbiadite dal tempo".
Ancora oggi, il centro storico di Specchia rivela un tipico impianto medievale che è cresciuto nel XV sec. - il periodo di ricostruzione delle mura - intorno al primitivo nucleo costituito dal castello. Si ritiene che la data della ricostruzione di Specchia, dopo le devastanti guerre tra Angioini e Aragonesi, sia il 1452, e che il merito vada a Raimondo del Balzo. Ma poiché la strada principale si chiama ancora "rua", il francesismo riporta alla dominazione angioina, cioè al XIV sec., quando doveva già esistere un nucleo organizzato.
Delle antiche mura che cingevano il paese rimangono solo alcuni frammenti lungo la via che lo circonda ad occidente, mentre nelle mura di levante si nota uno dei più antichi esempi dello stemma di Specchia riproducente un mandorlo che cresce su un cumulo di pietre. Le mura più recenti risalgono invece a 150 anni fa e sono state da poco ristrutturate.
Il centralissimo castello Risolo è una struttura fortificata di impianto cinquecentesco, originariamente isolata e ora congiunta ad altre costruzioni tra le quali emergono due torrioni alti e quadrati posti sugli spigoli dell'antica costruzione quadrangolare.
Il fronte orientale su piazza del Popolo è occupato da una cortina settecentesca a due livelli, mentre al centro si apre il portone bugnato sovrastato dallo stemma e da due statue. Appartenuto a importanti famiglie, si devono ai Protonobilissimi, marchesi di Specchia nei sec. XVI e XVII, gli interventi di trasformazione da castello a palazzo marchesale.
La parte più suggestiva del borgo è quella dietro il castello, dove tra scalinate e strade brevi e strette, tra i vicoli e le corti, si svolge la vita della gente, quasi sempre all'aperto, lasciando i sogni dietro le finestre socchiuse.
La chiesa e l'annesso convento dei Francescani Neri hanno una data certa, il 1531, quando si svolse nel convento il Capitolo dei Francescani Neri, come riportato in una iscrizione. Del 1532 è la costruzione della cappella di S. Caterina Martire, splendidamente affrescata con scene della vita di S. Caterina e del suo martirio. La cripta, scavata nella roccia è sorretta da 36 colonnine su quattro linee e porta sulle pareti tracce di affreschi.
La chiesa Parrocchiale fu edificata nel 1605 ma ha subito molti rifacimenti. I pilastri sono in pietra leccese stuccati alla veneziana mentre gli archi trionfali sono decorati con motivi floreali.
Di costruzione secentesca sono anche le chiese dell'Assunta e di S. Antonio, con annesso convento dei Domenicani.
Più interessante è la chiesa di S. Nicola, edificata nel IX-X sec. e nel 1587 restaurata ed adattata al rito latino, come ricordato dalla lapide posta sulla facciata.
Era di rito greco anche la chiesa di S. Eufemia, la cui abside è disposta verso oriente, secondo l'uso bizantino, perché da questo punto cardinale sorge il sole, simbolo della divinità di Cristo. La pianta è rettangolare mentre l'abside, costituita da blocchi regolari di pietra locale, ha forma poligonale. Su di essa si apre una grande bifora che illumina l'interno. La chiesa, databile fine IX-inizi X sec., è un brandello di medioevo che rivive in questo angolo di Salento.
Da vedere, infine, il frantoio ipogeo, recentemente restaurato, testimonianza storica dell'importanza per Specchia della produzione dell'olio.
Il Capo di Leuca è ricco di queste strutture architettoniche, realizzate tra il '500 e l'800 e ora abbandonate, che hanno rappresentato la fondamentale risorsa economica dell'antica provincia della Terra d'Otranto sotto il Regno di Napoli.
Il prodotto del borgo E' naturalmente l'olio extravergine d'oliva, i cui produttori si sono riuniti, su iniziativa del Comune, sotto un'unica etichetta con il marchio "De.C.O Specchia" (Denominazione Comunale di Origine), che identifica le bottiglie di olio prodotto a Specchia.Il Comune inoltre aderisce alla Strada dell'Olio "Jonica - Antica Terra d'Otranto".Tra le innumerevoli ricette di questa terra di ricchissima tradizione gastronomica, bisogna ricordare almeno i ciceri e tria, un piatto a base di ceci e pasta fatta in casa, la minestra con fave e carciofi e l'insalata di melanzane alla griglia.
Il Borgo di Panicale
Panicale conserva ancora la struttura del castello medioevale, un tempo circondato dal fossato, con i due ingressi verso Perugia e verso Firenze, e con le sue tre piazze inglobate in un giro di ellissi concentriche. Entrando da Porta Perugina, s’incontra subito Piazza Umberto I, dove spicca la bella cisterna ottagonale in travertino del 1473, poi trasformata in fontana, di fronte al trecentesco Palazzo Pretorio. Questo è il primo dei tre livelli su cui si sviluppa il borgo, ognuno con le sue stradine che convergono verso la piazza. Al secondo livello sta la piazza del potere religioso, che prende nome dalla maestosa Collegiata di San Michele Arcangelo. La chiesa, di origine longobarda, più volte ampliata e infine ricostruita in forme barocche nel 1618, racchiude pregevoli opere d’arte, prime fra tutte la tavola dedicata alla Natività di Giovan Battista Caporali, allievo del Perugino (1519) e, dietro l’altare centrale, l’affresco dell’Annunciazione attribuito a Masolino da Panicale, il maestro di Masaccio. Tra fastose decorazioni barocche si notano anche l’organo Morettini (1835), recentemente restaurato, un crocefisso ligneo del XVI secolo e la tela dell’Ultima cena di autore ignoto tardo settecentesco. Sulla stessa piazza si affaccia la casa di Giacomo Paneri, meglio conosciuto come Boldrino da Panicale, capitano di ventura che ebbe un importante ruolo nelle vicende locali. Costeggiando la dimora del condottiero si sale di livello e si arriva a Piazza Masolino, il punto più alto di Panicale, dove si trova il Palazzo del Podestà del XIV secolo, costruito in stile lombardo-gotico dai maestri comacini. Qui la vista spazia sul lago Trasimeno e le terre di confine tra Umbria e Toscana. Scendendo attraverso le viuzze del borgo, si raggiunge in breve il piccolo e prezioso Teatro Cesare Caporali, costruito nel XVIII secolo e totalmente ristrutturato dall’architetto Giovanni Caproni nel 1858 secondo la tipologia classica del teatro all’italiana: pianta a ferro di cavallo, due ordini di palchi e un loggione. La sua struttura è interamente in legno decorato con stucchi e medaglioni. Conserva il sipario dipinto nel 1859 da Mariano Piervittori, dedicato alla consegna delle chiavi di Perugia al condottiero Boldrino Paneri. Appena fuori Porta Fiorentina, si arriva alla cinquecentesca chiesa di Sant’Agostino, dal 2001 adibita a Museo del tulle. Al suo interno, resti di affreschi attribuiti alla scuola del Perugino e il pregevole altare in pietra serena di Giambattista di Cristoforo da Cortona (1513) fanno da cornice ai manufatti ricamati, tipici esempi di ars panicalensis. L’arte, d’altronde, è di casa a Panicale: basti vedere, poco oltre Sant’Agostino, l’elegante facciata della chiesa della Madonna della Sbarra (1625), così chiamata perché sorta nel luogo dove si praticava il controllo del dazio. L’altare maggiore è caratterizzato da quattro imponenti angeli dorati e l’edificio oggi ospita una raccolta di oggetti e paramenti sacri. Ma tutto quello che abbiamo visto sinora non è che il preludio al grande capolavoro custodito in questo piccolo borgo umbro: l’affresco dipinto dal Perugino nel 1505, Il martirio di S. Sebastiano, che decora la parete di fondo dell’oratorio di San Sebastiano. La grandiosa scenografia architettonica sul fondo, dove si vede un paesaggio che è lo stesso che si osserva uscendo dalla chiesa, esalta la gestualità ritmica: più che a una scena di martirio, l’atmosfera fa pensare a una performance teatrale, alla danza degli arcieri intorno al corpo nudo e (poco) sofferente di San Sebastiano. E’ la lievità del Rinascimento, che il Perugino interpreta al meglio, avendo qui raggiunto la piena maturità artistica. Nella stessa chiesetta si ammira un affresco staccato, la Madonna in trono con angeli musicanti, che recentemente è stato attribuito alla mano di Raffaello.
mercoledì 27 aprile 2011
Il borgo di Matelica
Dopo aver percorso un breve tratto di Corso V. Emanuele, si giunge in una piccola piazzetta dominata dalla facciata della Cattedrale e dalla mole del campanile, posto al centro della facciata. L’edificio è stato ricostruito e restaurato più volte e il campanile da dietro una piccola chiesa si è trovato al centro della facciata di una grande cattedrale. Dell’edificio barocco sono rimaste soltanto due belle cappelle che fiancheggiano l’altare maggiore.
Usciti dalla chiesa imboccare l’arco sulla destra e poi vicolo Orti. E’ questa una zona ricchissima di palazzi rinascimentali, molto belle le facciate posteriori del Palazzo Campanelli, del Palazzo Bracci e Monti de Luca, arricchite da graziose loggette aeree.
Al termine della discesa, seguite le indicazioni per la vicina Piazza San Francesco.
Questo spazio è dominato dalla facciata del Palazzo Finaguerra, in fondo si innalza la bella facciata a mattoni di San Francesco. L’aspetto attuale è dovuto al restauro seicentesco. Le cappelle laterali meritano un’attenta visita: conservano opere di Ercole Ramazzani, Eusebio da San Giorgio, Marco Palmezzano, Simone e Giovanni Francesco de Magistris, Durante Nobili. San Filippo 1655 – 1660, interamente edificio barocco. Bellissimo organo sulla controfacciata, dipinti del Savonazzi, del Brandi e del Ghezzi. Da non perdere la straordinaria sagrestia ellittica.
A pochi passi si erge la chiesa di San Giovanni Decollato, attualmente chiusa, progettata dall’architetto Calderari nel 1733. E’ uno degli esempi più belli di rococò marchigiano.
Alla fine della via, con facciata su via Sant’Adriano c’è la chiesa intitolata a San Valentino e Santa Teresa. L’interno in forme barocche è dominato dall’altare maggiore circondato da tre grandi tele con storie di Santa Teresa attribuite ad autori della scuola del Solimena.
Il Verdicchio di Matelica DOC ed altri prodotti tipici
In questa singolare vallata, compresa tra il Monte San Vicino ad est, la catena dei Monti Sibillini a sud, caratterizzata dalle bizzarrie del fiume Esino, si estende la zona di produzione del Verdicchio DOC di Matelica. L’ottima esposizione dei vigneti, la costante ventilazione, la luminosità ed il calore contribuiscono a costruire un ambiente ottimale per il ciclo vegetativo della vite. La sapiente opera dei produttori, mirata all’esaltazione della “tipicità”, unitamente all’uso delle più moderne tecnologie di vinificazione, hanno portato il Verdicchio di Matelica ai livelli più alti dell’enologia nazionale. Il Verdicchio di Matelica all’olfatto è fragrante, fruttato e floreale; vi si riconoscono sentori di mela e di fiori come il biancospino e la ginestra. Al gusto è fresco, sapido, caldo, morbido e decisamente di corpo, con un retrogusto di persistente di mandorla amara. Vino di grande personalità, si presta alle necessità di tutto il pasto; ottimo nella versione spumante come aperitivo; nella gastronomia è particolarmente indicato negli abbinamenti con gli antipasti magri, o di pesce, pastasciutte e risotti, secondi piatti a base di pesce. Nella versione passito ottimi gli accostamenti a formaggi pecorini stagionati e dolci a pasta non lievitata.
Ma Matelica non è solo Verdicchio!! La particolare morfologia del territorio ha sempre offerto un habitat adatto all’allevamento degli animali ed anche oggi non è casuale vedere al pascolo i bovini della pregiata razza Marchigiana, o gli ovini della “razza fabrianese”.
Un discorso a parte meritano i suini. Sebbene siano del tutto sparite le razze autoctone, il gusto per la tradizione è rimasto anche nella produzione industriale.
Il turista non deve perdere l’occasione di assaggiare il “Ciauscolo”, gustosissimo salume da spalmare, o il salame “Lardellato”.
Dolcissimo e profumatissimo il miele “Millefiori”, caratteristico in questa zona per la molteplicità dei fiori presenti. Al ristorante potrete trovare molti piatti della tradizione contadina; tra i primi piatti spiccano i “Vincisgrassi” e le “Tagliatelle della trebbiatura”. Tra i secondi piatti, oltre il “coniglio in porchetta” e “pollo in potacchio”, la classica “coratella d’agnello”.
Per quanto riguarda i dolci , “la crescia fojata”, uno strudel ricco di noci, uva secca, fichi secchi e mele; “la frustenga”, tra i cui ingredienti annovera la dolcissima “sapa”, mosto d’uva condensato ed infine la bianca, friabile e leggerissima “ciambella di Pasqua
Usciti dalla chiesa imboccare l’arco sulla destra e poi vicolo Orti. E’ questa una zona ricchissima di palazzi rinascimentali, molto belle le facciate posteriori del Palazzo Campanelli, del Palazzo Bracci e Monti de Luca, arricchite da graziose loggette aeree.
Al termine della discesa, seguite le indicazioni per la vicina Piazza San Francesco.
Questo spazio è dominato dalla facciata del Palazzo Finaguerra, in fondo si innalza la bella facciata a mattoni di San Francesco. L’aspetto attuale è dovuto al restauro seicentesco. Le cappelle laterali meritano un’attenta visita: conservano opere di Ercole Ramazzani, Eusebio da San Giorgio, Marco Palmezzano, Simone e Giovanni Francesco de Magistris, Durante Nobili. San Filippo 1655 – 1660, interamente edificio barocco. Bellissimo organo sulla controfacciata, dipinti del Savonazzi, del Brandi e del Ghezzi. Da non perdere la straordinaria sagrestia ellittica.
A pochi passi si erge la chiesa di San Giovanni Decollato, attualmente chiusa, progettata dall’architetto Calderari nel 1733. E’ uno degli esempi più belli di rococò marchigiano.
Alla fine della via, con facciata su via Sant’Adriano c’è la chiesa intitolata a San Valentino e Santa Teresa. L’interno in forme barocche è dominato dall’altare maggiore circondato da tre grandi tele con storie di Santa Teresa attribuite ad autori della scuola del Solimena.
Il Verdicchio di Matelica DOC ed altri prodotti tipici
In questa singolare vallata, compresa tra il Monte San Vicino ad est, la catena dei Monti Sibillini a sud, caratterizzata dalle bizzarrie del fiume Esino, si estende la zona di produzione del Verdicchio DOC di Matelica. L’ottima esposizione dei vigneti, la costante ventilazione, la luminosità ed il calore contribuiscono a costruire un ambiente ottimale per il ciclo vegetativo della vite. La sapiente opera dei produttori, mirata all’esaltazione della “tipicità”, unitamente all’uso delle più moderne tecnologie di vinificazione, hanno portato il Verdicchio di Matelica ai livelli più alti dell’enologia nazionale. Il Verdicchio di Matelica all’olfatto è fragrante, fruttato e floreale; vi si riconoscono sentori di mela e di fiori come il biancospino e la ginestra. Al gusto è fresco, sapido, caldo, morbido e decisamente di corpo, con un retrogusto di persistente di mandorla amara. Vino di grande personalità, si presta alle necessità di tutto il pasto; ottimo nella versione spumante come aperitivo; nella gastronomia è particolarmente indicato negli abbinamenti con gli antipasti magri, o di pesce, pastasciutte e risotti, secondi piatti a base di pesce. Nella versione passito ottimi gli accostamenti a formaggi pecorini stagionati e dolci a pasta non lievitata.
Ma Matelica non è solo Verdicchio!! La particolare morfologia del territorio ha sempre offerto un habitat adatto all’allevamento degli animali ed anche oggi non è casuale vedere al pascolo i bovini della pregiata razza Marchigiana, o gli ovini della “razza fabrianese”.
Un discorso a parte meritano i suini. Sebbene siano del tutto sparite le razze autoctone, il gusto per la tradizione è rimasto anche nella produzione industriale.
Il turista non deve perdere l’occasione di assaggiare il “Ciauscolo”, gustosissimo salume da spalmare, o il salame “Lardellato”.
Dolcissimo e profumatissimo il miele “Millefiori”, caratteristico in questa zona per la molteplicità dei fiori presenti. Al ristorante potrete trovare molti piatti della tradizione contadina; tra i primi piatti spiccano i “Vincisgrassi” e le “Tagliatelle della trebbiatura”. Tra i secondi piatti, oltre il “coniglio in porchetta” e “pollo in potacchio”, la classica “coratella d’agnello”.
Per quanto riguarda i dolci , “la crescia fojata”, uno strudel ricco di noci, uva secca, fichi secchi e mele; “la frustenga”, tra i cui ingredienti annovera la dolcissima “sapa”, mosto d’uva condensato ed infine la bianca, friabile e leggerissima “ciambella di Pasqua
mercoledì 20 aprile 2011
Il borgo di San Gemini
Borgo medievale di viuzze, scalinate, arcate e torrioni, immerso nell’incantevole paesaggio umbro, e ora anche città slow(non potrebbe essere altrimenti: qui la lentezza è d’obbligo), San Gemini non si dimentica facilmente. La visita può cominciare da Piazza San Francesco, cuore del paese, che collega la parte più moderna, rinascimentale e successiva, al nucleo più antico, arroccato sulla sommità del colle. Sulla piazza si affacciano la Chiesa di San Francesco e il settecentesco Palazzo Comunale che ha sostituito Palazzo Vecchio come sede del Comune. La chiesa, dedicata al santo di Assisi che qui effettuò un esorcismo nel 1213, risale a quel periodo e presenta un bel portale gotico con antica porta di legno; l’interno in stile gotico conserva affreschi di scuola umbra. Attraverso la Porta Burgi del XII secolo si entra nel quartiere medievale percorrendo la Via Casentino che seguiva fedelmente il tragitto della Via Flaminia. Si apre ai nostri occhi la piazza occupata quasi completamente, data la sua imponenza, dal Palazzo Vecchio (XII-XIII secolo) che fu la sede del Capitano del Popolo. Merita una visita (da concordare con la Pro Loco) per almeno due motivi: nella sala centrale, gli interessanti affreschi che illustrano scene del lavoro nei campi, e nella Torre Esperia che gli sorge accanto, la campana forgiata nel 1318 da Mastro Matteo da Orvieto, simbolo del libero Comune perché serviva a chiamare i cittadini alle adunanze pubbliche. Accanto, nella piccola Chiesa di San Carlo (già Santa Maria de Incertis) si ammirano un ciborio trecentesco e numerosi affreschi dei secoli XIV e XV, tra cui una splendida Madonna con Bambino e l’altrettanto bella Madonna in trono. Proseguendo, si raggiunge Piazza Garibaldi da dove si arriva alla Chiesa di San Giovanni, di cui la facciata romanica, veramente notevole, rappresenta la parte più antica: reca impressa la data di costruzione – 1199 – e i nomi degli architetti. Tra le molte opere da vedere, ricordiamo il fonte battesimale del XVI secolo e la Madonna lignea settecentesca. Nel vicino ex Convento di Santa Maria Maddalena ad attrarre è subito il chiostro. Appena fuori, una breve passeggiata sulle mura consente di apprezzare il panorama insieme con la sapienza costruttiva medievale. Tornati in Piazza Garibaldi e in Via Casentino, lo sguardo si perderà nel labirinto di vicoletti, scalinate, angoli fioriti che rendono San Gemini così attraente. Da Piazza Garibaldi ci si porta in Via del Tribunale per raggiungere poi la casa patrizia dove sono conservati i mosaici pavimentali romani (di proprietà privata, serve accordo con la Pro Loco). Si ritorna quindi in Piazza San Francesco per imboccare Via Roma e quindi arrivare, prima dell’Arco di Porta Romana, alla Piazza del Duomo su cui si affacciano il Palazzo Santacroce (oggi albergo) e il Duomo di San Gemine, molto antico ma restaurato completamente nella prima metà dell’Ottocento da un architetto che forse si è avvalso dei consigli del Canova. L’interno è ridondante di Stucchi e ospita dipinti del Seicento. Oltrepassato l’arco, continuando a destra si raggiunge in breve la Chiesa di San Nicola, dalla lunga storia, che inizia nei primi anni del Mille, come attesta un documento del 1037, e arriva sino a New York, dove certamente al Metropolitan Museum è finito il meraviglioso portale originario: quello che ammiriamo oggi è una copia perfettissima. Da vedere all’interno la Madonna con Bambino di Ruggero da Todi (1295).
Oggi come già in epoca romana, San Gemini è famosa per le curative acque minerali.
Vino ed olio extra vergine di oliva, e ancora i norcini che lavorano sapientemente la carne con metodi tradizionali e i fornai, i quali, oltre al pane salato, fanno nascere con le loro mani, pizze di formaggio e focacce salate ed i pasticceri che rinnovano con le loro specialità le vecchie tradizioni come quella del pampepato.
Oggi come già in epoca romana, San Gemini è famosa per le curative acque minerali.
Vino ed olio extra vergine di oliva, e ancora i norcini che lavorano sapientemente la carne con metodi tradizionali e i fornai, i quali, oltre al pane salato, fanno nascere con le loro mani, pizze di formaggio e focacce salate ed i pasticceri che rinnovano con le loro specialità le vecchie tradizioni come quella del pampepato.
I picchiarelli alla sangeminese, con sugo piccante. I picchiarelli sono una pasta tirata a mano e della grandezza di una cordicella.
venerdì 15 aprile 2011
Il borgo di Sperlonga
Sperlonga è un borgo marinaro a metà strada tra Napoli e Roma, arroccato in cima a uno sperone roccioso, con gli intonaci bianchi di calce, con archi, scalette e viuzze che si aprono e si nascondono, s'inerpicano e ridiscendono fino a scivolare al mare.
La sua struttura urbanistica è tipicamente medievale: partendo da un primo nucleo centrale, le case si sono avvolte intorno al promontorio divenendo tutt'uno con la roccia, e abbracciate le une alle altre in funzione difensiva.
Il borgo è sorto così, sullo sperone di S. Magno, nella più pura e spontanea architettura mediterranea, con vicoli stretti e lunghe scalinate per rendere più disagevoli le incursioni dei predoni del mare.
Nell'XI sec. Sperlonga era un castello chiuso da una cinta muraria, nella quale si aprivano due porte che oggi sono le testimonianze superstiti dell'epoca medievale: la Portella (o Porta Carrese) e Porta Marina, la principale via d'accesso al paese, entrambe con lo stemma dell'aquila della famiglia Caetani.
Le torri di avvistamento rimaste sono tre: Torre Truglia, edificata su uno scoglio all'estrema punta del promontorio di Sperlonga nel 1532, sulle fondamenta di un'analoga costruzione romana, ricostruita nel 1611, di nuovo distrutta nel 1623 e rifiorita nel secolo successivo; Torre Capovento, contemporanea della precedente, su uno sperone del monte Bazzano; Torre del Nibbio, che era inclusa nel castello baronale e risale al 1500.
Dopo la devastazione del 1534 dovette passare quasi un secolo perché la vita tornasse a Sperlonga, che fu ricostruita nell'attuale forma a testuggine ed arricchita di chiese e palazzi signorili.
Tra le emergenze architettoniche, sono da ricordare l'antichissima chiesa di S. Maria di Spelonca, costruita nei primi anni del XII sec. con campanile e pianta latina con matronei, la chiesa di S. Rocco, edificata nel XV sec., Palazzo Sabella, il più antico e importante del borgo, temporanea residenza nel 1379 dell'antipapa Clemente VII e con facciata rifatta nel '500.
L'antro di Tiberio, infine, è una grotta ricavata in una villa romana che si dice appartenesse all'imperatore. La residenza si sviluppava per oltre 300 m. di lunghezza lungo la spiaggia di levante e comprendeva, in epoca augustea, un impianto termale e una piscina circolare collegata a vasche destinate all'itticoltura.
Internamente l'antro era decorato con marmi e mosaici in tessere di vetro e arredato con i gruppi marmorei ispirati alle imprese di Ulisse conservati al Museo Archeologico.
La gastronomia si innesta sulla tradizione di piatti che si rifanno a una cucina povera come le zuppe: di sarde, di pesce alla sperlongana, di fagioli, marinata.
Apprezzabili anche i bambolotti con ragù di seppie e la cucina marinara in genere.
La sua struttura urbanistica è tipicamente medievale: partendo da un primo nucleo centrale, le case si sono avvolte intorno al promontorio divenendo tutt'uno con la roccia, e abbracciate le une alle altre in funzione difensiva.
Il borgo è sorto così, sullo sperone di S. Magno, nella più pura e spontanea architettura mediterranea, con vicoli stretti e lunghe scalinate per rendere più disagevoli le incursioni dei predoni del mare.
Nell'XI sec. Sperlonga era un castello chiuso da una cinta muraria, nella quale si aprivano due porte che oggi sono le testimonianze superstiti dell'epoca medievale: la Portella (o Porta Carrese) e Porta Marina, la principale via d'accesso al paese, entrambe con lo stemma dell'aquila della famiglia Caetani.
Le torri di avvistamento rimaste sono tre: Torre Truglia, edificata su uno scoglio all'estrema punta del promontorio di Sperlonga nel 1532, sulle fondamenta di un'analoga costruzione romana, ricostruita nel 1611, di nuovo distrutta nel 1623 e rifiorita nel secolo successivo; Torre Capovento, contemporanea della precedente, su uno sperone del monte Bazzano; Torre del Nibbio, che era inclusa nel castello baronale e risale al 1500.
Dopo la devastazione del 1534 dovette passare quasi un secolo perché la vita tornasse a Sperlonga, che fu ricostruita nell'attuale forma a testuggine ed arricchita di chiese e palazzi signorili.
Tra le emergenze architettoniche, sono da ricordare l'antichissima chiesa di S. Maria di Spelonca, costruita nei primi anni del XII sec. con campanile e pianta latina con matronei, la chiesa di S. Rocco, edificata nel XV sec., Palazzo Sabella, il più antico e importante del borgo, temporanea residenza nel 1379 dell'antipapa Clemente VII e con facciata rifatta nel '500.
L'antro di Tiberio, infine, è una grotta ricavata in una villa romana che si dice appartenesse all'imperatore. La residenza si sviluppava per oltre 300 m. di lunghezza lungo la spiaggia di levante e comprendeva, in epoca augustea, un impianto termale e una piscina circolare collegata a vasche destinate all'itticoltura.
Internamente l'antro era decorato con marmi e mosaici in tessere di vetro e arredato con i gruppi marmorei ispirati alle imprese di Ulisse conservati al Museo Archeologico.
La gastronomia si innesta sulla tradizione di piatti che si rifanno a una cucina povera come le zuppe: di sarde, di pesce alla sperlongana, di fagioli, marinata.
Apprezzabili anche i bambolotti con ragù di seppie e la cucina marinara in genere.
il Borgo di Oratino
Tra Sei e Ottocento, grazie soprattutto al mecenatismo dei duchi Giordano, il piccolo villaggio di Oratino ha potuto vedere stampata sulle sue facciate la grazia infusa ai materiali dagli artigiani locali. I portali, i balconi, le balaustre delle dimore gentilizie, così come gli interni delle chiese, sono opera di fabbri, scalpellini, doratori, vetrai e pittori che nelle loro botteghe hanno creato un’arte coesa e nient’affatto plebea. Nel 1781 uno storico scrive di Oratino che “vi si coltivano molte arti di gusto”. In effetti, non ci sono altri centri del Molise che possano vantare una tale concentrazione di artisti e artigiani. Molti di loro, formatisi in ambiente napoletano, hanno lasciato tracce sino alla Capitanata, al Sannio beneventano e all’Abruzzo. Iniziamo dunque la nostra visita dalla Chiesa di Santa Maria Assunta, nel centro storico. Dell’edificio si ha notizia già nel 1251. Più volte rimaneggiata, soprattutto dopo il terremoto del 1456, conserva nella volta della navata centrale l’Assunzione della Vergine, un affresco di Ciriaco Brunetti terminato nel 1791. Piace, dell’artista di Oratino, la vena rocaille che affiora in particolare negli studi preparatori per decorazioni di volte, soffitti e trompe-l’oeil. Nella stessa chiesa si apprezza un ostensorio d’argento realizzato nel 1838 nella bottega di oreficeria di Isaia Salati, nipote di Ciriaco Brunetti. Per vedere, invece, l’arte applicata all’intaglio del legno, bisogna uscire dal borgo e recarsi extra moenia alla Chiesa di Santa Maria di Loreto. Qui troviamo due interessanti statue, la Madonna del Rosario dello scultore secentesco Carmine Latessa, e quella di Sant’Antonio Abate di Nicola Giovannitti, datata 1727. Tipica chiesetta di campagna, si presenta con la facciata del 1718; è stata ampliata in lunghezza, nella prima metà dell’Ottocento, per tutto l’attuale presbiterio. La volta della navata centrale e le due laterali sono state dipinte dai fratelli Ciriaco e Stanislao Brunetti. Torniamo ora nel borgo per continuare il nostro giro. Uno sguardo merita il Palazzo Ducale, nato come castello fortificato nel XIV secolo, trasformato in residenza gentilizia nel XVIII, e oggi purtroppo di proprietà privata. Magnifici portali in pietra, come quelli di Palazzo Ducale e di Casa Giuliani, ci inducono a ricordare gli artisti oratinesi che non abbiamo ancora citato: lo scalpellino Domenico Grandillo, lo scultore Silverio Giovannitti, gli indoratori Giuseppe Petti, Agostino Brunetti, Modesto Pallante, i pittori Benedetto Brunetti, espressione della cultura tardo manierista, e Nicolò Falocco, con i suoi disegni a sanguigna fitti di chiaroscuri, indicato come discepolo del Solimena, il massimo esponente della pittura napoletana d’inizio Settecento. Passeggiando per via Piedicastello, o lungo piazza Giordano in una sera d’estate, o ancora affacciandosi al belvedere per ammirare la morbida e asprigna (siamo nel borgo “bifronte”!) vallata del Biferno, si riesce a cogliere qualcosa di misterioso in questo luogo. Come se l’ottima pietra locale lavorata, incisa e perduta nelle traversie dei secoli, il cui emblema è la torre medievale che si erge spezzata e solitaria su dirupi da brivido, ripetesse l’eterno andare delle transumanze. L’alto roccione difeso da mura sannitiche ancora sorveglia gli antichi percorsi delle greggi, le vie d’erba che scendevano dall’Appennino seguendo la naturale conformazione dei luoghi. Spariti i tratturi e la trama di relazioni sociali che il lento incedere delle mandrie consentiva, ci restano i sapori del pane, dell’olio, dei formaggi e gli ultimi fuochi della civiltà pastorale e contadina, accesi la notte di Natale quando il giorno è più corto, ma la speranza cresce.
l'enogastronomia con i suoi tipici legumi.,ceci e cicerchie sono gli ingredienti, con il grano, delle lessate, il piatto che viene cucinato sul sagrato della chiesa il 17 gennaio, mentre arde il falò acceso in onore di Sant’Antonio Abate.
martedì 12 aprile 2011
Il borgo di Ricetto Di Candelo
Il Ricetto è una fortificazione collettiva sorta per iniziativa della popolazione di Candelo negli anni a cavallo tra Duecento e Trecento.
è il più intatto di tutti i ricetti del Piemonte e rappresenta la memoria della gente di Candelo, che lo utilizzava come deposito per i prodotti agricoli in tempo di pace e come rifugio in tempo di guerra o di pericolo. Si è conservato grazie alla sua matrice contadina, infatti fino a pochi anni fa nelle "cellule" si faceva il vino e si mettevano al sicuro i prodotti della terra.
Il ricetto è a pianta pentagonale, ha un perimetro di circa 470 metri e una superficie di 13 mila mq, è largo 110 metri e lungo 120. In queste ristrette dimensioni trovano spazio circa 200 cellule, oggi quasi tutte di proprietà privata.
La cinta muraria ne segue tutto il perimetro ad eccezione del lato sud, ora occupato dal palazzo comunale in stile neoclassico costruito nel 1819 in stridente contrasto con l'architettura medievale del ricetto.
Le mura sono in ciottoli a spina di pesce con un coronamento merlato. Tutto intorno correva il cammino di ronda.
Gli angoli del ricetto sono protetti da quattro torri rotonde, in origine tutte aperte verso l'interno per facilitare le operazioni di difesa. I coronamenti in cotto, con decori di mattoni posti a scalare, risalgono a sistemazioni successive.
L'unica via d'accesso era protetta, a sud, da una poderosa torre-porta, mentre al centro del lato nord, tra due torri angolari rotonde, si trova ancora la torre di cortina, costruita quasi interamente con grandi massi squadrati.
Varcata la torre-porta, ci si trova in una piazzetta pavimentata con le pietre tondeggianti del vicino torrente.
La costruzione più imponente è il palazzo del principe, fatto costruire da Sebastiano Ferrero nel 1496, quando diventò feudatario di Candelo.
Il palazzo presenta una struttura a mastio, oggetto di vari interventi in epoca successiva.
Le rue - francesismo con cui si chiamano le strade - sono a ciotoloni inclinati verso la mezzaria e con pendenza da sud a nord per permettere il deflusso delle acque superficiali verso la torre di cortina. L'impianto viario è costituito da cinque assi in direzione est-ovest, intersecati da due ortogonali.
La rua principale, al centro, era calibrata in funzione del traffico dei carri; più ridotte sono le rue laterali.
Gli edifici, costituiti da una serie di singole cellule edilizie non comunicanti, sono accorpati in nove isolati.
Il vano a pianoterra (caneva) è una cantina con pavimento in terra battuta, destinata al vino e alle operazioni connesse, cui si accede dalla strada attraverso un portale. Il vano al piano superiore (solarium) è un ambiente secco ed asciutto, ideale per la conservazione delle granaglie, e vi si accede direttamente dalla rua tramite la lobbia, una balconata di legno che poggia sulle travi di separazione tra caneva e solarium.
I due vani non sono comunicanti per ridurre al minimo le escursioni termiche. La lobbia meglio conservata è quella vicino alla sala consiliare.
Dal ricetto, scendendo lungo il tratto erboso a sinistra della torre di sud-ovest, si raggiunge la chiesa di S. Maria attraverso un viottolo che costeggia la roggia Marchesa, il canale che dal 1561 dà acqua alle campagne circostanti e alle risaie del Vercellese.
In questi terreni, fino alla piana del torrente Cervo, si trovavano le fosse per la macerazione della canapa, coltivazione dismessa agli inizi del Novecento.
La chiesa, variamente rimaneggiata, è menzionata per la prima volta nel 1182 e conserva una bella facciata romanica costruita con pietre di torrente disposte a spina di pesce. All'interno, sono pregevoli i capitelli quattrocenteschi delle colonne, gli affreschi della fine del XV secolo e il pulpito della metà del XVII.
è il più intatto di tutti i ricetti del Piemonte e rappresenta la memoria della gente di Candelo, che lo utilizzava come deposito per i prodotti agricoli in tempo di pace e come rifugio in tempo di guerra o di pericolo. Si è conservato grazie alla sua matrice contadina, infatti fino a pochi anni fa nelle "cellule" si faceva il vino e si mettevano al sicuro i prodotti della terra.
Il ricetto è a pianta pentagonale, ha un perimetro di circa 470 metri e una superficie di 13 mila mq, è largo 110 metri e lungo 120. In queste ristrette dimensioni trovano spazio circa 200 cellule, oggi quasi tutte di proprietà privata.
La cinta muraria ne segue tutto il perimetro ad eccezione del lato sud, ora occupato dal palazzo comunale in stile neoclassico costruito nel 1819 in stridente contrasto con l'architettura medievale del ricetto.
Le mura sono in ciottoli a spina di pesce con un coronamento merlato. Tutto intorno correva il cammino di ronda.
Gli angoli del ricetto sono protetti da quattro torri rotonde, in origine tutte aperte verso l'interno per facilitare le operazioni di difesa. I coronamenti in cotto, con decori di mattoni posti a scalare, risalgono a sistemazioni successive.
L'unica via d'accesso era protetta, a sud, da una poderosa torre-porta, mentre al centro del lato nord, tra due torri angolari rotonde, si trova ancora la torre di cortina, costruita quasi interamente con grandi massi squadrati.
Varcata la torre-porta, ci si trova in una piazzetta pavimentata con le pietre tondeggianti del vicino torrente.
La costruzione più imponente è il palazzo del principe, fatto costruire da Sebastiano Ferrero nel 1496, quando diventò feudatario di Candelo.
Il palazzo presenta una struttura a mastio, oggetto di vari interventi in epoca successiva.
Le rue - francesismo con cui si chiamano le strade - sono a ciotoloni inclinati verso la mezzaria e con pendenza da sud a nord per permettere il deflusso delle acque superficiali verso la torre di cortina. L'impianto viario è costituito da cinque assi in direzione est-ovest, intersecati da due ortogonali.
La rua principale, al centro, era calibrata in funzione del traffico dei carri; più ridotte sono le rue laterali.
Gli edifici, costituiti da una serie di singole cellule edilizie non comunicanti, sono accorpati in nove isolati.
Il vano a pianoterra (caneva) è una cantina con pavimento in terra battuta, destinata al vino e alle operazioni connesse, cui si accede dalla strada attraverso un portale. Il vano al piano superiore (solarium) è un ambiente secco ed asciutto, ideale per la conservazione delle granaglie, e vi si accede direttamente dalla rua tramite la lobbia, una balconata di legno che poggia sulle travi di separazione tra caneva e solarium.
I due vani non sono comunicanti per ridurre al minimo le escursioni termiche. La lobbia meglio conservata è quella vicino alla sala consiliare.
Dal ricetto, scendendo lungo il tratto erboso a sinistra della torre di sud-ovest, si raggiunge la chiesa di S. Maria attraverso un viottolo che costeggia la roggia Marchesa, il canale che dal 1561 dà acqua alle campagne circostanti e alle risaie del Vercellese.
In questi terreni, fino alla piana del torrente Cervo, si trovavano le fosse per la macerazione della canapa, coltivazione dismessa agli inizi del Novecento.
La chiesa, variamente rimaneggiata, è menzionata per la prima volta nel 1182 e conserva una bella facciata romanica costruita con pietre di torrente disposte a spina di pesce. All'interno, sono pregevoli i capitelli quattrocenteschi delle colonne, gli affreschi della fine del XV secolo e il pulpito della metà del XVII.
giovedì 7 aprile 2011
Il Borgo di Suvereto
L'età dell'oro per questa piccola comunità della Maremma è stato il Duecento. Guerre e guerricciole, ma soprattutto i miasmi dell'aria con l'elevata mortalità hanno quasi cancellato il borgo per due secoli, il XVII e il XVIII, nel corso dei quali non si sono registrati praticamente interventi urbanistici.
Tutto è rimasto immutato e congelato per circa duecento anni. E dunque, di questa lunga e terribile decadenza non c'è quasi traccia in Suvereto, nel cui tessuto urbano continua a spiccare l'eredità medievale e dell'inizio dell'età moderna.
Il Palazzo Comunale risale ai primi anni del Duecento, anche se la struttura attuale è la reinterpretazione nei secoli dei moduli originari. è sormontato da un'antica torre detta della campana (e oggi dell'orologio) perché chiamava a raccolta gli Anziani per l'assemblea.
Nel loggiato aperto sopra la scala d'ingresso, detto loggia dei giudici, si emettevano le sentenze e si pubblicavano le decisioni per la comunità.
La Rocca Aldobrandesca, situata nel punto più alto del paese, a tramontana, è documentata fin dal 973. Attualmente è costituita di tre parti: i ruderi dell'antica torre (costruita intorno al 1164), quattro piani con solai intermedi e i resti di una cinta muraria.
Nel corso dei secoli ha subito varie trasformazioni: alla fine del Seicento, non servendo più come struttura difensiva, era già in stato di abbandono: "una macìa di sassi e incapace di essere custodita", scrisse un consigliere nel 1754: un po' come l'intero borgo, nelle cui vie pascolavano i maiali.
Il convento di S. Francesco fu costruito nel 1286 ed ebbe un ruolo importante nella vita della comunità fino alla sua soppressione nel 1808 per volere napoleonico, quando fu progressivamente riconvertito in uso civile.
Oggi resta lo splendido chiostro formato da un loggiato scandito da archi a tutto sesto. La chiesa del Crocifisso, addossata al chiostro di S. Francesco, fu edificata nel Cinquecento per onorare e conservare il simulacro del santo patrono, il Crocifisso appunto, che ancora oggi vi è custodito: opera in legno intagliato attribuita a Domenico dei Cori e datata 1420.
Antichissima è la pieve di S. Giusto, documentata già nel 923 ma risalente, nell'impianto che oggi vediamo, al 1189, come risulta dalla "firma" degli autori, Barone Amico e Bono di Calci, in un'iscrizione sul transetto di sinistra. Bello il portale romanico sormontato da una lunetta e da un architrave ornato a motivi floreali.
Infine, la chiesa della Madonna di sopra la Porta è stata eretta intorno al 1480 e ampliata nel 1772 a memoria di un fatto miracoloso avvenuto nel 1767, quando durante una violenta alluvione l'immagine della Madonna provocò l'inspiegabile apertura della porta "di sotto" del paese permettendo il deflusso delle acque.
Ma ad affascinare è un po' tutto il borgo dentro le mura, con le case e le botteghe medievali del colore della pietra locale, che va in parallelo con quello dei coppi in una sinfonia di rossi e grigi.
In questa vecchia atmosfera rurale, la mente è portata a scavare all'indietro, a leggere, come in antiche pergamene, quel che affiora dai cotti, dalle vecchie pietre scalpellinate, dagli intonaci cadenti, dalle cataste di legna ammucchiate.
Camminando tra gli ulivi, nelle calde giornate estive, si ha quasi la sensazione di essere spiati da guardiani centenari, testimoni di un territorio.
L'ulivo evoca il paesaggio vivo e umanizzato della campagna toscana e di Suvereto in particolare
Qui Il cinghiale e le sue pregiatissime carni sono al centro della Sagra di Suvereto.
Ma basta oltrepassare la porta merlata per trovare il primo bancone con la famosa salsiccia di cinghiale, il prosciutto "col pelo" e altre specialità
Tutto è rimasto immutato e congelato per circa duecento anni. E dunque, di questa lunga e terribile decadenza non c'è quasi traccia in Suvereto, nel cui tessuto urbano continua a spiccare l'eredità medievale e dell'inizio dell'età moderna.
Il Palazzo Comunale risale ai primi anni del Duecento, anche se la struttura attuale è la reinterpretazione nei secoli dei moduli originari. è sormontato da un'antica torre detta della campana (e oggi dell'orologio) perché chiamava a raccolta gli Anziani per l'assemblea.
Nel loggiato aperto sopra la scala d'ingresso, detto loggia dei giudici, si emettevano le sentenze e si pubblicavano le decisioni per la comunità.
La Rocca Aldobrandesca, situata nel punto più alto del paese, a tramontana, è documentata fin dal 973. Attualmente è costituita di tre parti: i ruderi dell'antica torre (costruita intorno al 1164), quattro piani con solai intermedi e i resti di una cinta muraria.
Nel corso dei secoli ha subito varie trasformazioni: alla fine del Seicento, non servendo più come struttura difensiva, era già in stato di abbandono: "una macìa di sassi e incapace di essere custodita", scrisse un consigliere nel 1754: un po' come l'intero borgo, nelle cui vie pascolavano i maiali.
Il convento di S. Francesco fu costruito nel 1286 ed ebbe un ruolo importante nella vita della comunità fino alla sua soppressione nel 1808 per volere napoleonico, quando fu progressivamente riconvertito in uso civile.
Oggi resta lo splendido chiostro formato da un loggiato scandito da archi a tutto sesto. La chiesa del Crocifisso, addossata al chiostro di S. Francesco, fu edificata nel Cinquecento per onorare e conservare il simulacro del santo patrono, il Crocifisso appunto, che ancora oggi vi è custodito: opera in legno intagliato attribuita a Domenico dei Cori e datata 1420.
Antichissima è la pieve di S. Giusto, documentata già nel 923 ma risalente, nell'impianto che oggi vediamo, al 1189, come risulta dalla "firma" degli autori, Barone Amico e Bono di Calci, in un'iscrizione sul transetto di sinistra. Bello il portale romanico sormontato da una lunetta e da un architrave ornato a motivi floreali.
Infine, la chiesa della Madonna di sopra la Porta è stata eretta intorno al 1480 e ampliata nel 1772 a memoria di un fatto miracoloso avvenuto nel 1767, quando durante una violenta alluvione l'immagine della Madonna provocò l'inspiegabile apertura della porta "di sotto" del paese permettendo il deflusso delle acque.
Ma ad affascinare è un po' tutto il borgo dentro le mura, con le case e le botteghe medievali del colore della pietra locale, che va in parallelo con quello dei coppi in una sinfonia di rossi e grigi.
In questa vecchia atmosfera rurale, la mente è portata a scavare all'indietro, a leggere, come in antiche pergamene, quel che affiora dai cotti, dalle vecchie pietre scalpellinate, dagli intonaci cadenti, dalle cataste di legna ammucchiate.
Camminando tra gli ulivi, nelle calde giornate estive, si ha quasi la sensazione di essere spiati da guardiani centenari, testimoni di un territorio.
L'ulivo evoca il paesaggio vivo e umanizzato della campagna toscana e di Suvereto in particolare
Qui Il cinghiale e le sue pregiatissime carni sono al centro della Sagra di Suvereto.
Ma basta oltrepassare la porta merlata per trovare il primo bancone con la famosa salsiccia di cinghiale, il prosciutto "col pelo" e altre specialità
mercoledì 6 aprile 2011
Il Borgo di Borghetto
La storia di Borghetto è quella di un punto di passaggio importante e di una zona di confine contesa da opposti eserciti.
Il guado del Mincio era il più comodo e sicuro a sud del lago di Garda, e il fiume una barriera naturale, nei secoli, tra le terre del mantovano e quelle del veronese, in una zona di frontiera presa di mira da signorie ed eserciti che qui avevano i loro appetiti: i Gonzaga, gli Scaligeri, i Visconti, la Serenissima di Venezia, l'Austria, la Francia.
Hanno plasmato questi luoghi anche le battaglie napoleoniche e, soprattutto, quelle risorgimentali: eppure, il verde serpente del Mincio che qui si snoda per le campagne, rivela un'Arcadia insospettabile, suscita rêveries senza fine.
Il paesaggio è immobile, perenne, senza tempo e ci riporta al nostro bisogno di sorgenti, alle nostre fonti, come in ogni mito fluviale in cui acqua e sogni si confondono. Passeggiare a Borghetto di sera per vedere un tramonto sul Mincio, o quando la nebbia confonde i contorni delle case facendo affiorare solo i merli ghibellini, è come naufragare in un medioevo immaginario.
Borghetto è solo questo pugno di case, un antico villaggio di mulini in completa simbiosi con il suo fiume. Un idillio fluviale, con i tre antichi mulini che sembrano nascere dall'acqua.
Il Ponte Visconteo, straordinaria diga fortificata, costruita nel 1393 per volere di Gian Galeazzo Visconti, è stato definito un "check-point d'antico regime". Lungo 650 m. e largo 25, ultimato nel 1395, era raccordato al sovrastante Castello Scaligero da due alte cortine merlate e integrato in un complesso fortificato che si estendeva per circa 16 km.
Il Castello dalla sommità della collina continua a dominare con le sue torri la valle del Mincio.
Della sua parte più antica resta la torre Tonda, singolare costruzione risalente al XII sec., mentre il resto del complesso è databile al XIV sec.
Era dotato tre ponti levatoi di cui solo uno si è conservato. Infine, dentro il borgo, la Chiesa di S. Marco Evangelista è la ricostruzione in stile neoclassico (1759) dell'antica pieve romanica dedicata a Santa Maria (sec. XI), di cui restano due pregevoli affreschi quattrocenteschi
La cosa più bella che offre ai visitatori è appunto un paesaggio naturale di grande respiro e suggestione: le acque del fiume indugiano silenziose tra anse e canneti, dove nidificano numerose specie di uccelli, tra cui i cigni, ma si agitano e imbiancano anche in piccole cascate, che fanno da sottofondo alle chiacchiere della gente, raccolte e protette dalle imponenti rocche del Ponte Visconteo.
Speciali al burro fuso e salvia, ma ottimi anche in brodo, i celebri tortellini di Valeggio spadroneggiano tra i primi (rigorosamente fatti a mano, si possono acquistare in numerosi pastifici di Valeggio e Borghetto).
Qui il tortellino è chiamato "nodo d'amore" perché ricorderebbe il nodo di un fazzoletto di seta intrecciato da due amanti prima di gettarsi nel Mincio.
Il fiume è protagonista nei secondi: luccio in salsa, trota e anguilla, preparati in vari modi, sono da gustare accompagnati dai vini Doc della zona, il Bianco di Custoza e il Bardolino.
Il guado del Mincio era il più comodo e sicuro a sud del lago di Garda, e il fiume una barriera naturale, nei secoli, tra le terre del mantovano e quelle del veronese, in una zona di frontiera presa di mira da signorie ed eserciti che qui avevano i loro appetiti: i Gonzaga, gli Scaligeri, i Visconti, la Serenissima di Venezia, l'Austria, la Francia.
Hanno plasmato questi luoghi anche le battaglie napoleoniche e, soprattutto, quelle risorgimentali: eppure, il verde serpente del Mincio che qui si snoda per le campagne, rivela un'Arcadia insospettabile, suscita rêveries senza fine.
Il paesaggio è immobile, perenne, senza tempo e ci riporta al nostro bisogno di sorgenti, alle nostre fonti, come in ogni mito fluviale in cui acqua e sogni si confondono. Passeggiare a Borghetto di sera per vedere un tramonto sul Mincio, o quando la nebbia confonde i contorni delle case facendo affiorare solo i merli ghibellini, è come naufragare in un medioevo immaginario.
Borghetto è solo questo pugno di case, un antico villaggio di mulini in completa simbiosi con il suo fiume. Un idillio fluviale, con i tre antichi mulini che sembrano nascere dall'acqua.
Il Ponte Visconteo, straordinaria diga fortificata, costruita nel 1393 per volere di Gian Galeazzo Visconti, è stato definito un "check-point d'antico regime". Lungo 650 m. e largo 25, ultimato nel 1395, era raccordato al sovrastante Castello Scaligero da due alte cortine merlate e integrato in un complesso fortificato che si estendeva per circa 16 km.
Il Castello dalla sommità della collina continua a dominare con le sue torri la valle del Mincio.
Della sua parte più antica resta la torre Tonda, singolare costruzione risalente al XII sec., mentre il resto del complesso è databile al XIV sec.
Era dotato tre ponti levatoi di cui solo uno si è conservato. Infine, dentro il borgo, la Chiesa di S. Marco Evangelista è la ricostruzione in stile neoclassico (1759) dell'antica pieve romanica dedicata a Santa Maria (sec. XI), di cui restano due pregevoli affreschi quattrocenteschi
La cosa più bella che offre ai visitatori è appunto un paesaggio naturale di grande respiro e suggestione: le acque del fiume indugiano silenziose tra anse e canneti, dove nidificano numerose specie di uccelli, tra cui i cigni, ma si agitano e imbiancano anche in piccole cascate, che fanno da sottofondo alle chiacchiere della gente, raccolte e protette dalle imponenti rocche del Ponte Visconteo.
Speciali al burro fuso e salvia, ma ottimi anche in brodo, i celebri tortellini di Valeggio spadroneggiano tra i primi (rigorosamente fatti a mano, si possono acquistare in numerosi pastifici di Valeggio e Borghetto).
Qui il tortellino è chiamato "nodo d'amore" perché ricorderebbe il nodo di un fazzoletto di seta intrecciato da due amanti prima di gettarsi nel Mincio.
Il fiume è protagonista nei secondi: luccio in salsa, trota e anguilla, preparati in vari modi, sono da gustare accompagnati dai vini Doc della zona, il Bianco di Custoza e il Bardolino.
martedì 5 aprile 2011
Il Borgo di Corinaldo
Arroccato in posizione strategica tra la Marca di Ancona e lo Stato di Urbino, il borgo di Corinaldo ha il suo simbolo nelle imponenti mura rimaste praticamente intatte dal Quattrocento.
Se ne può percorrere l'intera cerchia, lunga 912 metri, con una suggestiva passeggiata guidata. Le porte, i baluardi, le torri di difesa, i merli ghibellini a coda di rondine, i camminamenti di ronda contrassegnano il paesaggio di questo raro esempio di città fortificata dove ad apparire incongrui sono i segni della modernità, come le automobili o i fili della luce.
Perfetto set di un film di cappa e spada, Corinaldo ha il suo centro nella Piaggia, una scalinata di cento gradini verso cui convergono le case in mattoni rossi disposte a spina di pesce.
L'ordito urbanistico della città comprende numerosi palazzi gentilizi e notevoli edifici civili e religiosi. Lo sviluppo artistico dei secoli XVII e XVIII è dovuto principalmente alla presenza di grandi personalità come il pittore Claudio Ridolfi, che a Corinaldo visse lungamente e morì, e l'organista Gaetano Antonio Callido, che qui ha lasciato due eccezionali organi a canne, uno dei quali donato alla figlia, monaca di clausura negli ambienti oggi occupati dalla Pinacoteca civica.
Tra gli edifici pubblici, sono da vedere il Palazzo Comunale, bell'esempio di architettura neoclassica con il lungo loggiato che dà su via del Corso, l'ex Convento degli Agostiniani, costruito nella seconda metà del Settecento e ora utilizzato come albergo, il Teatro Comunale (1861-69) intitolato a Carlo Goldoni e la Casa del Trecento, che ospita la Pro Loco ed è la più vecchia del borgo.
Le chiese rivelano tutta la spiritualità del luogo, rinforzata dalla lunga appartenenza allo Stato Pontificio.
La Collegiata di S. Francesco ha origini antiche (1265) ma si presenta a noi nelle forme della ricostruzione secentesca e, ancor di più, settecentesca, quando fu edificato il convento (1749) e venne innalzata la nuova chiesa (1752-59).
Il Santuario di S. Maria Goretti, con l'ex monastero ora adibito a Sala del costume e Biblioteca comunale, ingloba con fattezze settecentesche l'antica chiesa medievale di S. Nicolò. L'interno è un bell'esempio di tarda architettura barocca e custodisce numerose opere d'arte, tra cui una grande cantoria lignea che racchiude uno splendido organo di Callido del 1767.
La Chiesa del Suffragio, terminata nel 1640, fu in seguito demolita e ricostruita per essere riaperta al culto nel 1779. Conserva il dipinto di Claudio Ridolfi che era stato collocato sull'altare maggiore il giorno della prima inaugurazione, il 6 gennaio 1641.
Un altro organo di Callido si trova nella cantoria lignea sopra la porta d'ingresso della Chiesa dell'Addolorata, consacrata nel 1755.
In piazza S. Pietro il campanile è quanto resta dell'omonima chiesa, demolita nel 1870 perché pericolante. Al suo posto troneggia un grande cedro dell'Himalaya, piantato, pare, da un anticlericale affinché non vi si ricostruisse un altro edificio religioso.
E ora torniamo alle mura. Il primo impatto del visitatore è con la quattrocentesca torre dello Sperone, alta 18 m. e di forma pentagonale, attribuita all'architetto senese Francesco di Giorgio Martini e più volte restaurata.
Tra le torri, spiccano anche quella dello Scorticatore (dove le mura raggiungono i 15 metri di altezza), quella del Mangano e quella del Calcinaro, che prendono il nome dalla professione che svolgeva chi vi abitava.
Dalla Rotonda, invece, che fa parte dell'aggiunta rinascimentale terminata nel 1490, proseguendo verso il giro di ronda si accede ai Landroni, un corridoio porticato derivato dalla sopraelevazione degli edifici seicenteschi lungo via del Corso. Da lì si ritorna alle mura, che inglobano alcune imponenti porte bastionate.
La parte più interessante della cerchia muraria è forse quella di Porta S. Giovanni, in quanto conserva inalterati molti elementi di difesa. L'architettura militare dell'epoca presenta in questo tratto tutto il suo corredo di saettiere, archibugiere, beccatelli, piombatoi e merlature.
Girando verso il pozzo del Bargello si raggiunge la terrazza sopra l'arco della porta, da cui si può ammirare - come ha fatto il principe Carlo d'Inghilterra nel 1987 - il centro storico e la campagna sottostante, arrivando con lo sguardo fino al Monte Conero nei giorni limpidi.
I vigneti del rinomato Verdicchio sulle colline intorno a Corinaldo danno un vino delicato, di colore paglierino tenue, dal sapore asciutto, armonico, ottimo per piatti a base di pesce.
Se ne può percorrere l'intera cerchia, lunga 912 metri, con una suggestiva passeggiata guidata. Le porte, i baluardi, le torri di difesa, i merli ghibellini a coda di rondine, i camminamenti di ronda contrassegnano il paesaggio di questo raro esempio di città fortificata dove ad apparire incongrui sono i segni della modernità, come le automobili o i fili della luce.
Perfetto set di un film di cappa e spada, Corinaldo ha il suo centro nella Piaggia, una scalinata di cento gradini verso cui convergono le case in mattoni rossi disposte a spina di pesce.
L'ordito urbanistico della città comprende numerosi palazzi gentilizi e notevoli edifici civili e religiosi. Lo sviluppo artistico dei secoli XVII e XVIII è dovuto principalmente alla presenza di grandi personalità come il pittore Claudio Ridolfi, che a Corinaldo visse lungamente e morì, e l'organista Gaetano Antonio Callido, che qui ha lasciato due eccezionali organi a canne, uno dei quali donato alla figlia, monaca di clausura negli ambienti oggi occupati dalla Pinacoteca civica.
Tra gli edifici pubblici, sono da vedere il Palazzo Comunale, bell'esempio di architettura neoclassica con il lungo loggiato che dà su via del Corso, l'ex Convento degli Agostiniani, costruito nella seconda metà del Settecento e ora utilizzato come albergo, il Teatro Comunale (1861-69) intitolato a Carlo Goldoni e la Casa del Trecento, che ospita la Pro Loco ed è la più vecchia del borgo.
Le chiese rivelano tutta la spiritualità del luogo, rinforzata dalla lunga appartenenza allo Stato Pontificio.
La Collegiata di S. Francesco ha origini antiche (1265) ma si presenta a noi nelle forme della ricostruzione secentesca e, ancor di più, settecentesca, quando fu edificato il convento (1749) e venne innalzata la nuova chiesa (1752-59).
Il Santuario di S. Maria Goretti, con l'ex monastero ora adibito a Sala del costume e Biblioteca comunale, ingloba con fattezze settecentesche l'antica chiesa medievale di S. Nicolò. L'interno è un bell'esempio di tarda architettura barocca e custodisce numerose opere d'arte, tra cui una grande cantoria lignea che racchiude uno splendido organo di Callido del 1767.
La Chiesa del Suffragio, terminata nel 1640, fu in seguito demolita e ricostruita per essere riaperta al culto nel 1779. Conserva il dipinto di Claudio Ridolfi che era stato collocato sull'altare maggiore il giorno della prima inaugurazione, il 6 gennaio 1641.
Un altro organo di Callido si trova nella cantoria lignea sopra la porta d'ingresso della Chiesa dell'Addolorata, consacrata nel 1755.
In piazza S. Pietro il campanile è quanto resta dell'omonima chiesa, demolita nel 1870 perché pericolante. Al suo posto troneggia un grande cedro dell'Himalaya, piantato, pare, da un anticlericale affinché non vi si ricostruisse un altro edificio religioso.
E ora torniamo alle mura. Il primo impatto del visitatore è con la quattrocentesca torre dello Sperone, alta 18 m. e di forma pentagonale, attribuita all'architetto senese Francesco di Giorgio Martini e più volte restaurata.
Tra le torri, spiccano anche quella dello Scorticatore (dove le mura raggiungono i 15 metri di altezza), quella del Mangano e quella del Calcinaro, che prendono il nome dalla professione che svolgeva chi vi abitava.
Dalla Rotonda, invece, che fa parte dell'aggiunta rinascimentale terminata nel 1490, proseguendo verso il giro di ronda si accede ai Landroni, un corridoio porticato derivato dalla sopraelevazione degli edifici seicenteschi lungo via del Corso. Da lì si ritorna alle mura, che inglobano alcune imponenti porte bastionate.
La parte più interessante della cerchia muraria è forse quella di Porta S. Giovanni, in quanto conserva inalterati molti elementi di difesa. L'architettura militare dell'epoca presenta in questo tratto tutto il suo corredo di saettiere, archibugiere, beccatelli, piombatoi e merlature.
Girando verso il pozzo del Bargello si raggiunge la terrazza sopra l'arco della porta, da cui si può ammirare - come ha fatto il principe Carlo d'Inghilterra nel 1987 - il centro storico e la campagna sottostante, arrivando con lo sguardo fino al Monte Conero nei giorni limpidi.
I vigneti del rinomato Verdicchio sulle colline intorno a Corinaldo danno un vino delicato, di colore paglierino tenue, dal sapore asciutto, armonico, ottimo per piatti a base di pesce.
Non è ancora Doc ma promette bene il Rosso di Corinaldo.
Il territorio offre anche olio extravergine di oliva, salumi, miele.
Da non dimenticare la cucina con i passatelli in brodo di cappone sono una specialità della zona che deriva però dalla tradizione culinaria romagnola.
Il territorio offre anche olio extravergine di oliva, salumi, miele.
Da non dimenticare la cucina con i passatelli in brodo di cappone sono una specialità della zona che deriva però dalla tradizione culinaria romagnola.
I vincisgrassi, una sorta di lasagne al forno con strati di sugo, parmigiano, pasta e besciamella, sono tipici di buona parte delle Marche.
L'oca arrosto, imbottita di salvia, rosmarino e aglio e contornata di patate tagliate a pezzi grossi, è un'esperienza da fare nei ristoranti di Corinaldo
L'oca arrosto, imbottita di salvia, rosmarino e aglio e contornata di patate tagliate a pezzi grossi, è un'esperienza da fare nei ristoranti di Corinaldo
lunedì 4 aprile 2011
Il Borgo di Cisternino
Suggestiva nel borgo è l'osmosi tra spazi interni ed esterni, tra case, vicoli e cortili, frutto di soluzioni architettoniche dettate da ragioni pratiche, da un senso della comunanza e del vicinato.
Si tratta di un classico esempio di "architettura spontanea", dove non ci sono architetti che seguono un piano prestabilito ma rapporti umani da tessere, tra le case imbiancate a calce e i vicoli stretti, tra i cortili ciechi e le scalette esterne, tra gli archi e i balconi fioriti: spazi dove ci si può "affacciare", dove si crea aggregazione; spazi condivisi, insieme pubblici e privati.
Nel silenzio irreale dei pomeriggi estivi, quando il borgo, prima dell'animazione serale, si abbandona al demone meridiano dell'accidia, è bello passeggiare sulle chianche (la tipica pavimentazione in pietra), nel gioco di luci e ombre che scaturisce dalle viuzze strette, dagli archi, dai sottopassi. Bianco abbacinante dei muri e azzurro del cielo: la poesia del sud.
A cavallo tra Ottocento e Novecento, il paese ha cominciato a svilupparsi al di fuori della cinta muraria, dove l'unico esempio interessante è quello di alcuni edifici con decorazioni liberty in via S. Quirico. Nel borgo, invece, gli edifici storici di maggior pregio sono la torre e la chiesa che si affacciano sulla piazza.
La Torre normanno-sveva, recentemente restaurata, è alta 17 metri ed è stata eretta nell'XI secolo dai Normanni, poi ricostruita in larga parte sul finire del XIV e rimaneggiata più volte nelle epoche successive. Sulla sua sommità è posta una piccola statua di S. Nicola benedicente. La Chiesa di S. Nicola, nota come Chiesa Madre, è stata edificata nel XII sec. sulla precedente chiesa basiliana dell'VIII sec., di cui oggi restano le fondazioni, e modificata nel corso del tempo.
L'attuale facciata, di gusto neoclassico, sostituì intorno al 1848 la precedente, probabilmente romanica. Dell'originario impianto restano importanti tracce all'interno. La volta a crociera del transetto e alcune decorazioni scultoree risalgono ai sec. XIII-XIV. Magnifiche le due sculture in pietra viva di Stefano da Putignano: il tabernacolo dedicato alla Madonna del cardellino (1517) e un altro più piccolo con putti ed ecce Homo. Al di sotto della contigua chiesetta del Purgatorio (XVII sec.), recentemente è stata riscoperta la primitiva chiesa, databile intorno all'anno 1000.
Meritano una sosta, infine, il Palazzo vescovile costruito nel 1560, con facciata in stile tardo-rinascimentale su cui si notano gli stemmi del vescovo-barone; il Palazzo del Governatore (sec. XVI), dall'elegante prospetto a triplice balconata con elementi decorativi rinascimentali; i palazzetti nobiliari delle famiglie Pepe e Cenci; la chiesetta di S. Lucia (sec. XVII) e, fuori le mura, la torre e il Palazzo Amati, in via S. Quirico; la Chiesa di S. Cataldo, completata nel 1783 in stile barocco, con la bella e scenografica facciata; la Chiesa di S. Quirico, eretta tra Sei e Settecento.
Importante per il culto locale è la chiesetta romanica della Madonna d'Ibernia, sorta intorno al 1100 nel periodo della formazione del casale di Cisternino, da cui dista 3 km.
La chiesa incorpora i resti di un preesistente cenobio basiliano costruito non distante da un precedente tempio pagano dedicato alla dea della fertilità Cibele. è conseguenza dell'antico culto verso questa divinità la venerazione del popolo per la Madonna d'Ibernia, detta anche "delle uova", cioè della procreazione e dell'abbondanza.
Al suo santuario viene portato in dono, nelle feste primaverili, lo stesso dolce, il chïrrùchele (dal latino auguraculum, dono propiziatorio), che i fanciulli pagani offrivano a Cibele per propiziarsi la fecondità.
La scelta enogatronomica è difficile, tra friselle, formaggi (il cacioricotta su tutti), olio extravergine di oliva, vino Doc e salumi (ottimo il capocollo).
Tra i primi, celebriamo almeno le orecchiette: al sugo con pecorino e formaggio ricotta o nella variante con cime di rape e acciughe salate
Si tratta di un classico esempio di "architettura spontanea", dove non ci sono architetti che seguono un piano prestabilito ma rapporti umani da tessere, tra le case imbiancate a calce e i vicoli stretti, tra i cortili ciechi e le scalette esterne, tra gli archi e i balconi fioriti: spazi dove ci si può "affacciare", dove si crea aggregazione; spazi condivisi, insieme pubblici e privati.
Nel silenzio irreale dei pomeriggi estivi, quando il borgo, prima dell'animazione serale, si abbandona al demone meridiano dell'accidia, è bello passeggiare sulle chianche (la tipica pavimentazione in pietra), nel gioco di luci e ombre che scaturisce dalle viuzze strette, dagli archi, dai sottopassi. Bianco abbacinante dei muri e azzurro del cielo: la poesia del sud.
A cavallo tra Ottocento e Novecento, il paese ha cominciato a svilupparsi al di fuori della cinta muraria, dove l'unico esempio interessante è quello di alcuni edifici con decorazioni liberty in via S. Quirico. Nel borgo, invece, gli edifici storici di maggior pregio sono la torre e la chiesa che si affacciano sulla piazza.
La Torre normanno-sveva, recentemente restaurata, è alta 17 metri ed è stata eretta nell'XI secolo dai Normanni, poi ricostruita in larga parte sul finire del XIV e rimaneggiata più volte nelle epoche successive. Sulla sua sommità è posta una piccola statua di S. Nicola benedicente. La Chiesa di S. Nicola, nota come Chiesa Madre, è stata edificata nel XII sec. sulla precedente chiesa basiliana dell'VIII sec., di cui oggi restano le fondazioni, e modificata nel corso del tempo.
L'attuale facciata, di gusto neoclassico, sostituì intorno al 1848 la precedente, probabilmente romanica. Dell'originario impianto restano importanti tracce all'interno. La volta a crociera del transetto e alcune decorazioni scultoree risalgono ai sec. XIII-XIV. Magnifiche le due sculture in pietra viva di Stefano da Putignano: il tabernacolo dedicato alla Madonna del cardellino (1517) e un altro più piccolo con putti ed ecce Homo. Al di sotto della contigua chiesetta del Purgatorio (XVII sec.), recentemente è stata riscoperta la primitiva chiesa, databile intorno all'anno 1000.
Meritano una sosta, infine, il Palazzo vescovile costruito nel 1560, con facciata in stile tardo-rinascimentale su cui si notano gli stemmi del vescovo-barone; il Palazzo del Governatore (sec. XVI), dall'elegante prospetto a triplice balconata con elementi decorativi rinascimentali; i palazzetti nobiliari delle famiglie Pepe e Cenci; la chiesetta di S. Lucia (sec. XVII) e, fuori le mura, la torre e il Palazzo Amati, in via S. Quirico; la Chiesa di S. Cataldo, completata nel 1783 in stile barocco, con la bella e scenografica facciata; la Chiesa di S. Quirico, eretta tra Sei e Settecento.
Importante per il culto locale è la chiesetta romanica della Madonna d'Ibernia, sorta intorno al 1100 nel periodo della formazione del casale di Cisternino, da cui dista 3 km.
La chiesa incorpora i resti di un preesistente cenobio basiliano costruito non distante da un precedente tempio pagano dedicato alla dea della fertilità Cibele. è conseguenza dell'antico culto verso questa divinità la venerazione del popolo per la Madonna d'Ibernia, detta anche "delle uova", cioè della procreazione e dell'abbondanza.
Al suo santuario viene portato in dono, nelle feste primaverili, lo stesso dolce, il chïrrùchele (dal latino auguraculum, dono propiziatorio), che i fanciulli pagani offrivano a Cibele per propiziarsi la fecondità.
La scelta enogatronomica è difficile, tra friselle, formaggi (il cacioricotta su tutti), olio extravergine di oliva, vino Doc e salumi (ottimo il capocollo).
Tra i primi, celebriamo almeno le orecchiette: al sugo con pecorino e formaggio ricotta o nella variante con cime di rape e acciughe salate
sabato 2 aprile 2011
Il borgo di Castellabate
Il centro storico di Castellabate, compreso nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, è riconosciuto dall’Unesco “Patrimonio dell’umanità” nell’ambito del programma Man and Biosphere. Partiamo da questo dato - che riconosce il profondo valore di questo “Paesaggio culturale” ricco di memorie e di beni artistici e naturali - per andare alla scoperta del borgo, il quale conserva ancora la struttura urbana medievale. Stradine, vicoletti, archi, brevi gradinate, palazzi, slarghi e case intercomunicanti dove domina la pietra grigia, si rincorrono senza soluzione di continuità, ora volgendo le spalle alla luce intensa ora spalancandosi sul verde del pendio che digrada verso il mare splendente, macchiato solo dai banchi delle posidonie, in uno degli angoli più suggestivi della costa del Cilento.
Il castello voluto da San Costabile non fu solo luogo di culto ma anche centro economico e sociale di rilievo, dal momento che proprio da un’ intuizione dell’abate partì una riforma fondiaria portata a compimento dal Beato Simeone. Questi affidò ai contadini la terra chiedendo in cambio solo l’impegno alla bonifica e alla coltivazione. Ben presto il territorio paludoso e malarico tornò all’antica vocazione marinara dei commerci e della pesca. Proprietari terrieri e piccoli armatori trovarono, così, i mezzi per arricchire Castellabate di palazzi, chiese, ville e giardini.
Alle due estremità del borgo, Villa Principe di Belmonte e Villa Matarazzo nella frazione costiera di Santa Maria, preannunciano il fascino che poi si svela nella ragnatela di strette stradine che conducono alla piazza rettangolare, da cui si gode il panorama della vallata che scende al mare lucente di Licosa. La piazza ha un contorno di antiche case che rende vago e leggero questo medioevo di mare, il quale trova compiuta espressione nel Castello, posto in cima a un percorso in lieve salita. A posare la prima pietra fu l’abate Costabile il 10 ottobre 1123. La fortezza, che aveva lo scopo di proteggere la popolazione e i traffici marittimi dalle incursioni dei Saraceni, appare ancora solida e imponente. Le mura, con le quattro torri angolari rotonde poste a presidio dei punti cardinali, racchiudevano all’interno abitazioni, magazzini, forni e cisterne. Dalla fortezza si raggiunge in breve la Basilica di Santa Maria de Giulia, la cui facciata cinquecentesca è affiancata da una torre campanaria modulata su quattro piani. L’interno, suddiviso in tre navate, custodisce un dipinto di autore anonimo trecentesco raffigurante San Michele Arcangelo vittorioso su Satana, e un Polittico con la Vergine in trono con Bambino, San Pietro e San Giovanni Evangelista, opera di Pavanino da Palermo (1472). Un altro luogo di culto, proprio di fronte alla Basilica, è la piccola Chiesa del Rosario della seconda metà del Cinquecento. L’interno si presenta a una sola navata coperta da una volta a cassettoni ottagonali e conserva un altare settecentesco in marmo policromo. Da vedere anche la bella costruzione ad archi nel porticciolo di Santa Maria, chiamato “Porto delle gatte”.
In questo borgo è stato gilato il film "Benvenuti al sud"
Il castello voluto da San Costabile non fu solo luogo di culto ma anche centro economico e sociale di rilievo, dal momento che proprio da un’ intuizione dell’abate partì una riforma fondiaria portata a compimento dal Beato Simeone. Questi affidò ai contadini la terra chiedendo in cambio solo l’impegno alla bonifica e alla coltivazione. Ben presto il territorio paludoso e malarico tornò all’antica vocazione marinara dei commerci e della pesca. Proprietari terrieri e piccoli armatori trovarono, così, i mezzi per arricchire Castellabate di palazzi, chiese, ville e giardini.
Alle due estremità del borgo, Villa Principe di Belmonte e Villa Matarazzo nella frazione costiera di Santa Maria, preannunciano il fascino che poi si svela nella ragnatela di strette stradine che conducono alla piazza rettangolare, da cui si gode il panorama della vallata che scende al mare lucente di Licosa. La piazza ha un contorno di antiche case che rende vago e leggero questo medioevo di mare, il quale trova compiuta espressione nel Castello, posto in cima a un percorso in lieve salita. A posare la prima pietra fu l’abate Costabile il 10 ottobre 1123. La fortezza, che aveva lo scopo di proteggere la popolazione e i traffici marittimi dalle incursioni dei Saraceni, appare ancora solida e imponente. Le mura, con le quattro torri angolari rotonde poste a presidio dei punti cardinali, racchiudevano all’interno abitazioni, magazzini, forni e cisterne. Dalla fortezza si raggiunge in breve la Basilica di Santa Maria de Giulia, la cui facciata cinquecentesca è affiancata da una torre campanaria modulata su quattro piani. L’interno, suddiviso in tre navate, custodisce un dipinto di autore anonimo trecentesco raffigurante San Michele Arcangelo vittorioso su Satana, e un Polittico con la Vergine in trono con Bambino, San Pietro e San Giovanni Evangelista, opera di Pavanino da Palermo (1472). Un altro luogo di culto, proprio di fronte alla Basilica, è la piccola Chiesa del Rosario della seconda metà del Cinquecento. L’interno si presenta a una sola navata coperta da una volta a cassettoni ottagonali e conserva un altare settecentesco in marmo policromo. Da vedere anche la bella costruzione ad archi nel porticciolo di Santa Maria, chiamato “Porto delle gatte”.
In questo borgo è stato gilato il film "Benvenuti al sud"
venerdì 1 aprile 2011
Il borgo di Castelsardo
Arroccato su un grande prmontorio affacciato sul mare, Castelsardo con il suo quartiere della Cittadella, o Casteddu - vale a dire il labirinto di stradine contorte dell'antico borgo - offre una visione di gran fascino.
Infatti, da qualsiasi prospettiva lo si guardi - escludendo dalla visuale il quartiere moderno di Pianedda e l'insediamento sul litorale delle Marine - il promontorio di Castelsardo regala vedute da cartolina, in particolare dal Castello, che oggi ospita il Museo dell'Intreccio Mediterraneo ed è sede di convegni e di eventi culturali.
Con i suoi innumerevoli scalini e il dedalo di stradine su cui si affacciano le tipiche abitazioni sviluppate in verticale, gli slarghi in pietra e le piazzette, il centro storico conserva l'impianto risalente alla sua fondazione avvenuta nel 1102, oltre 900 anni fa.
Tra i monumenti più importanti spicca la Cattedrale di S. Antonio Abate, patrono della città, visibile dal mare anche da diverse miglia, grazie al suo campanile in maioliche colorate.
La chiesa¸ sorta nel 1503, conserva uno dei più preziosi retabli della Sardegna, realizzato dal "Maestro di Castelsardo". L'opera, anteriore al 1492, è composta di quattro elementi di polittico dipinti combinando tempera e olio su tavola con fondo d'oro e rivela l'abilità dell'artista di padroneggiare il linguaggio figurativo fiammingo, che dà moltissima importanza alla luce. Non solo: l'artista è riuscito a adattare le nuove esigenze spaziali del rinascimento italiano all'impalcatura gotica che il retablo impone. All'interno della chiesa si ammirano anche arredi di gran pregio, quali gli altari settecenteschi scolpiti nel legno di ginepro.
Poco oltre, circondata da alte mura che fanno da quinta alla piazzetta antistante, si trova la Chiesa di S. Maria, sede della Confraternita di S. Croce, dalla quale prendono avvio le antichissime sacre rappresentazioni della Settimana Santa. La chiesa custodisce alcuni notevoli tesori, come la Pieddai, una statua di legno policromo raffigurante la Madonna, e soprattutto il crocefisso ligneo del "Cristo Nero", il più antico dellaSardegna, realizzato dai benedettini nel Trecento e portato in processione nella famosa festa del Lunissanti. Gli insediamenti nel territorio di Castelsardo risalgono, però, a molto prima del medioevo, addirittura al neolitico, come testimoniano i numerosi nuraghi eretti nell'area circostante e le Domus de Janas.
Una di queste, la "Roccia dell'Elefante", così chiamata per il particolare aspetto che nel tempo le hanno dato gli agenti atmosferici, risale all'età del Rame.
Si trova sulla strada per Sedini ed ha di fronte il nuraghe Paddaggiu, appartenente all'ultima fase dell'età nuragica e ancora ben conservato. Un'altra testimonianza di questo evo profondo è il nuraghe Ispighia, situato nell'omonima località in posizione strategica sopra la vallata del fiume Frigianu.
Dalla parte occidentale il promontorio di Castelsardo, allungandosi sul mare verso l'isola dell'Asinara, chiude l'imboccatura del porto di Frigiano, offrendo ai naviganti un sicuro riparo, mentre nella parte opposta degrada sul mare. E' qui che gli antichi romani hanno realizzato uno dei loro approdi, Cala Austina, ancora oggi una bellissima baia.
Sedute sulle scalette dei vicoli dell'antico borgo, è possibile vedere le donne intrecciare cestini in palma nana, seguendo una tradizione tramandata di madre in figlia che risale, pare, all'epoca dei benedettini, ovvero al XIV secolo.
Infatti, da qualsiasi prospettiva lo si guardi - escludendo dalla visuale il quartiere moderno di Pianedda e l'insediamento sul litorale delle Marine - il promontorio di Castelsardo regala vedute da cartolina, in particolare dal Castello, che oggi ospita il Museo dell'Intreccio Mediterraneo ed è sede di convegni e di eventi culturali.
Con i suoi innumerevoli scalini e il dedalo di stradine su cui si affacciano le tipiche abitazioni sviluppate in verticale, gli slarghi in pietra e le piazzette, il centro storico conserva l'impianto risalente alla sua fondazione avvenuta nel 1102, oltre 900 anni fa.
Tra i monumenti più importanti spicca la Cattedrale di S. Antonio Abate, patrono della città, visibile dal mare anche da diverse miglia, grazie al suo campanile in maioliche colorate.
La chiesa¸ sorta nel 1503, conserva uno dei più preziosi retabli della Sardegna, realizzato dal "Maestro di Castelsardo". L'opera, anteriore al 1492, è composta di quattro elementi di polittico dipinti combinando tempera e olio su tavola con fondo d'oro e rivela l'abilità dell'artista di padroneggiare il linguaggio figurativo fiammingo, che dà moltissima importanza alla luce. Non solo: l'artista è riuscito a adattare le nuove esigenze spaziali del rinascimento italiano all'impalcatura gotica che il retablo impone. All'interno della chiesa si ammirano anche arredi di gran pregio, quali gli altari settecenteschi scolpiti nel legno di ginepro.
Poco oltre, circondata da alte mura che fanno da quinta alla piazzetta antistante, si trova la Chiesa di S. Maria, sede della Confraternita di S. Croce, dalla quale prendono avvio le antichissime sacre rappresentazioni della Settimana Santa. La chiesa custodisce alcuni notevoli tesori, come la Pieddai, una statua di legno policromo raffigurante la Madonna, e soprattutto il crocefisso ligneo del "Cristo Nero", il più antico dellaSardegna, realizzato dai benedettini nel Trecento e portato in processione nella famosa festa del Lunissanti. Gli insediamenti nel territorio di Castelsardo risalgono, però, a molto prima del medioevo, addirittura al neolitico, come testimoniano i numerosi nuraghi eretti nell'area circostante e le Domus de Janas.
Una di queste, la "Roccia dell'Elefante", così chiamata per il particolare aspetto che nel tempo le hanno dato gli agenti atmosferici, risale all'età del Rame.
Si trova sulla strada per Sedini ed ha di fronte il nuraghe Paddaggiu, appartenente all'ultima fase dell'età nuragica e ancora ben conservato. Un'altra testimonianza di questo evo profondo è il nuraghe Ispighia, situato nell'omonima località in posizione strategica sopra la vallata del fiume Frigianu.
Dalla parte occidentale il promontorio di Castelsardo, allungandosi sul mare verso l'isola dell'Asinara, chiude l'imboccatura del porto di Frigiano, offrendo ai naviganti un sicuro riparo, mentre nella parte opposta degrada sul mare. E' qui che gli antichi romani hanno realizzato uno dei loro approdi, Cala Austina, ancora oggi una bellissima baia.
Sedute sulle scalette dei vicoli dell'antico borgo, è possibile vedere le donne intrecciare cestini in palma nana, seguendo una tradizione tramandata di madre in figlia che risale, pare, all'epoca dei benedettini, ovvero al XIV secolo.
I pescatori più anziani invece costruiscono con il giunco le nasse, una sorta di cestini conici utilizzati per la pesca dell'aragosta.
Qui si posson gustare dei sublimi spaghetti con i ricci oppure con l'aragosta, e in generale tutti i piatti a base di pesce.Il periodo migliore per gustare i ricci è quello invernale, da gennaio a marzo, mentre per le aragoste è preferibile attendere l'estate, poiché nel periodo più freddo occorre rispettare il fermo biologico.
giovedì 31 marzo 2011
Il Borgo di Monte Isola
Siviano (250 m. d'altitudine) è da sempre il capoluogo di Monte Isola.
Si sbarca sul pontile, nella frazione Porto, davanti ad un grappolo di case antiche (un nucleo risale al XVIII secolo), si ammirano la chiesetta e la cinquecentesca Villa Solitudo, e inerpicandosi per una lunga e stretta stradina, dai gradini in pietra di Sarnico consunti, tra due muretti che - direbbe Montale - "mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni", si giunge al centro dell'abitato, dove l'imponente Torre Martinengo domina la piazza del municipio.
La torre di Siviano risale ai tempi del feudalesimo, è di forma quadrata e raggiunge i 20 m. d'altezza. Siviano, in fondo, non è che un grandioso castello medievale trasformato con l'aggiunta di alcune fabbriche. La torre principale è la prova di un antico complesso fortificato, leggibile nei resti di altre torri, nelle robuste muraglie di alcune case, nei pesanti voltoni di altre. Affacciato sul lago, Siviano con le sue case con archi, loggette, stipiti di pietra e abbellite dai fiori, è il regno degli inviti seducenti.
Si raggiunge Masse (400 m d'altitudine) per una vecchia strada di acciottolato bianco che parte dal centro di Siviano. Al crocicchio per Olzano, un grande masso di arenaria rossa e una "santella" dedicata alla Madonna indicano il luogo in cui si incontravano le streghe per il rito del sabba. Belle le case in pietra e la piazzetta con la chiesa quattrocentesca di S. Rocco, restaurata nel Seicento; belli i portici, i cortili con i pozzi, gli attrezzi di una civiltà contadina che sta scomparendo.
Nella sua povertà, l'abitato di Masse è quello che si è meglio conservato. Le case hanno il carattere della montagna, con muri in grossi blocchi di pietra locale, gli affacci rivolti verso le corti interne e il basso rustico sottoportico in pietra.
La frazione Novale (250 m s.l.m.) era a metà Seicento la residenza estiva del vescovo di Brescia Marco Morosini, e Casa Morosini è chiamato tutto l'antico complesso di edifici, che non ha nulla a che vedere con l'architettura dei paesi a lago, ma presenta le caratteristiche dei borghi di montagna, con muri spessi di grosse pietre, volti e androni, viuzze lastricate in pietra, balconi di legno. Carzano era un feudo dei Martinengo e il loro palazzo ospitava per liete scampagnate la nobiltà dei dintorni. Oltre a Palazzo Martinengo (di proprietà privata) sono da vedere Casa Novali, una dimora signorile del XVI sec., e il Palazzetto Ziliani, con un portale bugnato di pietra di Sarnico.
Peschiera Maraglio, un tempo abitata quasi interamente da pescatori, sembra fatta, come certi luoghi del sud, per vivere più all'aperto che dentro le abitazioni.
Il lungolago, dove ancora sostano le barche, era tutto ricoperto di reti esposte al sole. Le case fiorite di gerani, gli stretti vicoli collegati da archi e scale che sempre riconducono al lago, l'odore del pesce che sta essiccando, ne fanno un luogo di fascino.
A Peschiera, dominata dalla mole del Castello Oldofredi, vi sono diversi edifici di notevole interesse architettonico, come Casa Erba, rivolta verso il lago con il suo portico di cinque arcate. Il portico e la loggetta sono delle costanti dell'architettura montisolana, e si trovano anche, come aggiunta tardiva, nel Castello.
Sensole - da sinus solis, golfo del sole - non conosce i rigori invernali, è una piccola Sanremo per il clima mite e la bellezza dei dintorni, ed è forse la località più artistica dell'isola, celebrata da pittori, poeti e donne famose (Caterina Cornaro, Lady Montague, George Sand). Tre trattorie invitano a una sosta dopo una romantica passeggiata sotto gli ulivi, che permette di godere dell'incantevole panorama.
In alto, troneggia la Rocca Martinengo, costruita dagli Oldofredi nel secolo XIV, alta a controllare il versante sudest dell'isola.
Menzino è la frazione più coinvolta dall'espansione edilizia, quindi la meno interessante, a parte il seicentesco Palazzo Zirotti.
Cure con i suoi 500 m. d'altezza è la frazione più elevata, accovacciata ai piedi del Santuario della Madonna della Ceriola. I suoi abitanti si dedicano all'agricoltura e conservano ancora le tradizioni del mondo rurale. Fiaccola sul monte, il Santuario della Madonna della Ceriola è un luogo di religioso silenzio nel punto più alto dell'isola (m. 600), da dove si gode la più bella vista del lago d'Iseo, come dall'albero maggiore di una nave. Il Santuario, bianco com'è, sembra una perla incastonata nel verde dei pascoli e nel cielo azzurro.
Sotto, sui versanti della montagna, gli fanno da corona le undici frazioni di Monte Isola, quasi avvolte dal manto di protezione della Madonna della Ceriola. Ricco di ex voto, il santuario potrebbe essere uno dei più antichi luoghi di culto mariani in Italia, sorto agli albori del cristianesimo sul luogo di un tempietto dedicato a divinità pagane delle selve, come farebbe presumere la parola FANI (fauno?) incisa sulla pietra che sostiene la colonna della facciata. La luce cristiana che si stava diffondendo sul lago d'Iseo, sino allora dedicato alla dea Iside (da cui il nome), era quella delle candele di cera (Ceriola) che accompagnavano la processione dei credenti nella festa della Candelora.
Dagli ulivi di Monte Isola si ricava un pregiato olio extravergine d'oliva Dop, dalle particolari caratteristiche organolettiche, usato per le sue virtù anche come medicinale.
Si sbarca sul pontile, nella frazione Porto, davanti ad un grappolo di case antiche (un nucleo risale al XVIII secolo), si ammirano la chiesetta e la cinquecentesca Villa Solitudo, e inerpicandosi per una lunga e stretta stradina, dai gradini in pietra di Sarnico consunti, tra due muretti che - direbbe Montale - "mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni", si giunge al centro dell'abitato, dove l'imponente Torre Martinengo domina la piazza del municipio.
La torre di Siviano risale ai tempi del feudalesimo, è di forma quadrata e raggiunge i 20 m. d'altezza. Siviano, in fondo, non è che un grandioso castello medievale trasformato con l'aggiunta di alcune fabbriche. La torre principale è la prova di un antico complesso fortificato, leggibile nei resti di altre torri, nelle robuste muraglie di alcune case, nei pesanti voltoni di altre. Affacciato sul lago, Siviano con le sue case con archi, loggette, stipiti di pietra e abbellite dai fiori, è il regno degli inviti seducenti.
Si raggiunge Masse (400 m d'altitudine) per una vecchia strada di acciottolato bianco che parte dal centro di Siviano. Al crocicchio per Olzano, un grande masso di arenaria rossa e una "santella" dedicata alla Madonna indicano il luogo in cui si incontravano le streghe per il rito del sabba. Belle le case in pietra e la piazzetta con la chiesa quattrocentesca di S. Rocco, restaurata nel Seicento; belli i portici, i cortili con i pozzi, gli attrezzi di una civiltà contadina che sta scomparendo.
Nella sua povertà, l'abitato di Masse è quello che si è meglio conservato. Le case hanno il carattere della montagna, con muri in grossi blocchi di pietra locale, gli affacci rivolti verso le corti interne e il basso rustico sottoportico in pietra.
La frazione Novale (250 m s.l.m.) era a metà Seicento la residenza estiva del vescovo di Brescia Marco Morosini, e Casa Morosini è chiamato tutto l'antico complesso di edifici, che non ha nulla a che vedere con l'architettura dei paesi a lago, ma presenta le caratteristiche dei borghi di montagna, con muri spessi di grosse pietre, volti e androni, viuzze lastricate in pietra, balconi di legno. Carzano era un feudo dei Martinengo e il loro palazzo ospitava per liete scampagnate la nobiltà dei dintorni. Oltre a Palazzo Martinengo (di proprietà privata) sono da vedere Casa Novali, una dimora signorile del XVI sec., e il Palazzetto Ziliani, con un portale bugnato di pietra di Sarnico.
Peschiera Maraglio, un tempo abitata quasi interamente da pescatori, sembra fatta, come certi luoghi del sud, per vivere più all'aperto che dentro le abitazioni.
Il lungolago, dove ancora sostano le barche, era tutto ricoperto di reti esposte al sole. Le case fiorite di gerani, gli stretti vicoli collegati da archi e scale che sempre riconducono al lago, l'odore del pesce che sta essiccando, ne fanno un luogo di fascino.
A Peschiera, dominata dalla mole del Castello Oldofredi, vi sono diversi edifici di notevole interesse architettonico, come Casa Erba, rivolta verso il lago con il suo portico di cinque arcate. Il portico e la loggetta sono delle costanti dell'architettura montisolana, e si trovano anche, come aggiunta tardiva, nel Castello.
Sensole - da sinus solis, golfo del sole - non conosce i rigori invernali, è una piccola Sanremo per il clima mite e la bellezza dei dintorni, ed è forse la località più artistica dell'isola, celebrata da pittori, poeti e donne famose (Caterina Cornaro, Lady Montague, George Sand). Tre trattorie invitano a una sosta dopo una romantica passeggiata sotto gli ulivi, che permette di godere dell'incantevole panorama.
In alto, troneggia la Rocca Martinengo, costruita dagli Oldofredi nel secolo XIV, alta a controllare il versante sudest dell'isola.
Menzino è la frazione più coinvolta dall'espansione edilizia, quindi la meno interessante, a parte il seicentesco Palazzo Zirotti.
Cure con i suoi 500 m. d'altezza è la frazione più elevata, accovacciata ai piedi del Santuario della Madonna della Ceriola. I suoi abitanti si dedicano all'agricoltura e conservano ancora le tradizioni del mondo rurale. Fiaccola sul monte, il Santuario della Madonna della Ceriola è un luogo di religioso silenzio nel punto più alto dell'isola (m. 600), da dove si gode la più bella vista del lago d'Iseo, come dall'albero maggiore di una nave. Il Santuario, bianco com'è, sembra una perla incastonata nel verde dei pascoli e nel cielo azzurro.
Sotto, sui versanti della montagna, gli fanno da corona le undici frazioni di Monte Isola, quasi avvolte dal manto di protezione della Madonna della Ceriola. Ricco di ex voto, il santuario potrebbe essere uno dei più antichi luoghi di culto mariani in Italia, sorto agli albori del cristianesimo sul luogo di un tempietto dedicato a divinità pagane delle selve, come farebbe presumere la parola FANI (fauno?) incisa sulla pietra che sostiene la colonna della facciata. La luce cristiana che si stava diffondendo sul lago d'Iseo, sino allora dedicato alla dea Iside (da cui il nome), era quella delle candele di cera (Ceriola) che accompagnavano la processione dei credenti nella festa della Candelora.
Dagli ulivi di Monte Isola si ricava un pregiato olio extravergine d'oliva Dop, dalle particolari caratteristiche organolettiche, usato per le sue virtù anche come medicinale.
Un altro prodotto di vanto è il salame, confezionato manualmente nella frazione di Cure secondo un rito che si ripete identico da secoli, tra gennaio e febbraio, con luna calante (o di venerdì, perché "non comanda la luna"), facendo divieto assoluto di assistervi alla donna mestruata.
Il salame viene affumicato in un'antica cantina dai muri di pietra non intonacati, con soffitto a volto, da legna secca bruciata in un camino chiuso.
Un'altra tradizione locale, infine, è l'essiccamento del pesce, con tecniche tramandate nel tempo che permettono di ottenere un prodotto degno di raffinati palati.
Sardine e pesce di lago sott'olio completano l'offerta gastronomica
Il salame viene affumicato in un'antica cantina dai muri di pietra non intonacati, con soffitto a volto, da legna secca bruciata in un camino chiuso.
Un'altra tradizione locale, infine, è l'essiccamento del pesce, con tecniche tramandate nel tempo che permettono di ottenere un prodotto degno di raffinati palati.
Sardine e pesce di lago sott'olio completano l'offerta gastronomica
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