martedì 10 maggio 2011

il Borgo di Tellaro

“Io, come la rondine di Anacreonte ho lasciato il mio Nilo e sono migrato qui per l’estate, in una casa isolata di fronte al mare e circondata dal soave e sublime scenario del Golfo della Spezia”. Così scriveva nel 1822 Percy Bysshe Shelley, e da qui dobbiamo partire per imparare ad amare questi luoghi. Il tour può cominciare a San Terenzo, appena prima di Lerici, dove si trovano il castello, Casa Magni che fu dimora di Mary e Percy B. Shelley, e Villa Marigola col suo grande parco, visitata dai pittori macchiaioli, Gabriele D’Annunzio e Sem Benelli, che nella torretta in mezzo al parco scrisse “La cena delle beffe”. Oggi la villa è sede di un centro studi che organizza convegni e manifestazioni culturali.
A Lerici, “calda e azzurra” (Virginia Woolf), è bella la salita al Castello di San Giorgio che si erge sul promontorio roccioso di fronte alla baia. Costruito nel 1152 e modificato dai pisani e dai genovesi, assume l’attuale conformazione intorno al 1555. Da vedere, all’interno, la Cappella di Santa Anastasia in stile pisano-genovese del XIII sec., con il suo vestibolo decorato in bicromia.
Tra il castello e il porto (l’attuale piazza Garibaldi) si trova Palazzo Doria, così chiamato per aver ospitato l’ammiraglio genovese Andrea Doria quando, nel 1528, tradì la Francia per la Spagna, mettendo al servizio di quest’ultima le sue navi per il controllo del Mediterraneo. Il suo corpo centrale risale al Medioevo, quando era sede dell’Ospedale dei Santi Pietro e Paolo che dava ricovero ai pellegrini diretti ai luoghi santi. A restauro ultimato Palazzo Doria diventerà museo e luogo di spettacoli e incontri culturali.
“È nella rupe tenace, proprio dove le cancrene affiorano (…) che le nostre case hanno radici”, scrive Luigi M. Faccini di Lerici. Meritano una visita il Ghetto, istituito nel 1676 dal cardinale Spinola, dov’erano concentrate numerose famiglie di mercanti ebrei di origine livornese; la via del Rivellino, con la muraglia di difesa del castello; la salita Arpara, il Vico de’ Pisani, le piazzette del Poggio e di San Giorgio, quest’ultima di fronte al castello, e l’oratorio barocco di San Rocco in largo Marconi.
La Casa Rosa di Fiascherino nella quale visse lo scrittore David H. Lawrence nel 1913-14 (“Qui è bellissimo. Siedo sugli scogli di fronte al mare per tutto il giorno e scrivo. Ti dico che è un sogno”), è  meta di colti turisti inglesi.
Ed eccoci finalmente a Tellaro, “un nirvana tra mare e cielo, tra le rocce e la montagna verde”, come ha scritto Mario Soldati. Venendo dal mare  la chiesetta di San Giorgio e il borgo fortificato si presentano come una nave pronta al varo. Tellaro è un angolo di mondo che sembra fatto apposta per proteggere dai rumori del mondo. È qui che Attilio Bertolucci, uno dei più grandi poeti italiani contemporanei, veniva a cercare quiete, nelle mezze stagioni. D. H. Lawrence era affascinato dalle donne che lavoravano negli uliveti, dalle loro voci sonanti sulle colline: “Quando vado a Tellaro a prendere la posta, mi aspetto sempre di incontrare Gesù  che conversa coi discepoli come se andasse lungo il mare sotto i grigi alberi luminosi”. Il borgo a picco sulle rocce del mare è ancora incantevole.
Era il luogo dell’anima di Soldati: “Girate per questi carruggi che sbucano in mare e poi sedetevi in un angolo tra i sassi della riva” – raccomandava. Questo si deve fare: lasciarsi prendere dall’atmosfera. Salire all’antico (1660) Oratorio di Santa Maria in Selàa e guardare il Mediterraneo. Recitare i versi di P. Bertolani e M. Tuckett: “… groviglio di razze passate da qui ancora testimoniano le vie  il colore dei muri intenerito dal salino ancora nell’ulivo colpito dal maestrale nelle case dei pescatori nicchiano inosservate lune saracene…”

Le rovine di Barbazzano, tra il verde degli ulivi, sono una torre sberciata e cadente presso l’antica porta e la chiesetta dedicata a San Giorgio.
La collina sopra Tellaro è interamente coperta da uliveti che, dopo un triste periodo d’abbandono, stanno tornando alla bellezza d’un tempo.
Se ne ricava un ottimo olio dal colore dorato, e dal sapore leggermente asprigno e salmastro.
Dalla leggenda del polpo campanaro che ha salvato i tellaresi dai pirati saraceni, derivano le ricette imperniate su questo mollusco.
Il piatto tipico è il polpo “alla tellarese”, ossia lessato con patate e condito con olio di Tellaro, olive snocciolate e un trito di aglio e prezzemolo, sale, pepe e succo di limone.
Un’altra versione è il polpo “all’inferno”, cioè stufato con foglie di alloro, maggiorana, peperoncino, pomodoro e una spruzzata di vino bianco. 
Tipica di qui è anche la focaccia dolce, con uvetta, pinoli e canditi, più morbida della nota focaccia genovese.

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