giovedì 31 marzo 2011

Il Borgo di Monte Isola

Siviano (250 m. d'altitudine) è da sempre il capoluogo di Monte Isola.
Si sbarca sul pontile, nella frazione Porto, davanti ad un grappolo di case antiche (un nucleo risale al XVIII secolo), si ammirano la chiesetta e la cinquecentesca Villa Solitudo, e inerpicandosi per una lunga e stretta stradina, dai gradini in pietra di Sarnico consunti, tra due muretti che - direbbe Montale - "mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni", si giunge al centro dell'abitato, dove l'imponente Torre Martinengo domina la piazza del municipio.
La torre di Siviano risale ai tempi del feudalesimo, è di forma quadrata e raggiunge i 20 m. d'altezza. Siviano, in fondo, non è che un grandioso castello medievale trasformato con l'aggiunta di alcune fabbriche. La torre principale è la prova di un antico complesso fortificato, leggibile nei resti di altre torri, nelle robuste muraglie di alcune case, nei pesanti voltoni di altre. Affacciato sul lago, Siviano con le sue case con archi, loggette, stipiti di pietra e abbellite dai fiori, è il regno degli inviti seducenti. 
Si raggiunge Masse (400 m d'altitudine) per una vecchia strada di acciottolato bianco che parte dal centro di Siviano. Al crocicchio per Olzano, un grande masso di arenaria rossa e una "santella" dedicata alla Madonna indicano il luogo in cui si incontravano le streghe per il rito del sabba. Belle le case in pietra e la piazzetta con la chiesa quattrocentesca di S. Rocco, restaurata nel Seicento; belli i portici, i cortili con i pozzi, gli attrezzi di una civiltà contadina che sta scomparendo.

Nella sua povertà, l'abitato di Masse è quello che si è meglio conservato. Le case hanno il carattere della montagna, con muri in grossi blocchi di pietra locale, gli affacci rivolti verso le corti interne e il basso rustico sottoportico in pietra.
La frazione Novale (250 m s.l.m.) era a metà Seicento la residenza estiva del vescovo di Brescia Marco Morosini, e Casa Morosini è chiamato tutto l'antico complesso di edifici, che non ha nulla a che vedere con l'architettura dei paesi a lago, ma presenta le caratteristiche dei borghi di montagna, con muri spessi di grosse pietre, volti e androni, viuzze lastricate in pietra, balconi di legno. Carzano era un feudo dei Martinengo e il loro palazzo ospitava per liete scampagnate la nobiltà dei dintorni. Oltre a Palazzo Martinengo (di proprietà privata) sono da vedere Casa Novali, una dimora signorile del XVI sec., e il Palazzetto Ziliani, con un portale bugnato di pietra di Sarnico.
 Peschiera Maraglio, un tempo abitata quasi interamente da pescatori, sembra fatta, come certi luoghi del sud, per vivere più all'aperto che dentro le abitazioni.

 Il lungolago, dove ancora sostano le barche, era tutto ricoperto di reti esposte al sole. Le case fiorite di gerani, gli stretti vicoli collegati da archi e scale che sempre riconducono al lago, l'odore del pesce che sta essiccando, ne fanno un luogo di fascino.
A Peschiera, dominata dalla mole del Castello Oldofredi, vi sono diversi edifici di notevole interesse architettonico, come Casa Erba, rivolta verso il lago con il suo portico di cinque arcate. Il portico e la loggetta sono delle costanti dell'architettura montisolana, e si trovano anche, come aggiunta tardiva, nel Castello.
Sensole - da sinus solis, golfo del sole - non conosce i rigori invernali, è una piccola Sanremo per il clima mite e la bellezza dei dintorni, ed è forse la località più artistica dell'isola, celebrata da pittori, poeti e donne famose (Caterina Cornaro, Lady Montague, George Sand). Tre trattorie invitano a una sosta dopo una romantica passeggiata sotto gli ulivi, che permette di godere dell'incantevole panorama.
In alto, troneggia la Rocca Martinengo, costruita dagli Oldofredi nel secolo XIV, alta a controllare il versante sudest dell'isola.
Menzino è la frazione più coinvolta dall'espansione edilizia, quindi la meno interessante, a parte il seicentesco Palazzo Zirotti.

Cure con i suoi 500 m. d'altezza è la frazione più elevata, accovacciata ai piedi del Santuario della Madonna della Ceriola. I suoi abitanti si dedicano all'agricoltura e conservano ancora le tradizioni del mondo rurale. Fiaccola sul monte, il Santuario della Madonna della Ceriola è un luogo di religioso silenzio nel punto più alto dell'isola (m. 600), da dove si gode la più bella vista del lago d'Iseo, come dall'albero maggiore di una nave. Il Santuario, bianco com'è, sembra una perla incastonata nel verde dei pascoli e nel cielo azzurro.
Sotto, sui versanti della montagna, gli fanno da corona le undici frazioni di Monte Isola, quasi avvolte dal manto di protezione della Madonna della Ceriola. Ricco di ex voto, il santuario potrebbe essere uno dei più antichi luoghi di culto mariani in Italia, sorto agli albori del cristianesimo sul luogo di un tempietto dedicato a divinità pagane delle selve, come farebbe presumere la parola FANI (fauno?) incisa sulla pietra che sostiene la colonna della facciata. La luce cristiana che si stava diffondendo sul lago d'Iseo, sino allora dedicato alla dea Iside (da cui il nome), era quella delle candele di cera (Ceriola) che accompagnavano la processione dei credenti nella festa della Candelora.
 Dagli ulivi di Monte Isola si ricava un pregiato olio extravergine d'oliva Dop, dalle particolari caratteristiche organolettiche, usato per le sue virtù anche come medicinale.
Un altro prodotto di vanto è il salame, confezionato manualmente nella frazione di Cure secondo un rito che si ripete identico da secoli, tra gennaio e febbraio, con luna calante (o di venerdì, perché "non comanda la luna"), facendo divieto assoluto di assistervi alla donna mestruata.
Il salame viene affumicato in un'antica cantina dai muri di pietra non intonacati, con soffitto a volto, da legna secca bruciata in un camino chiuso.
Un'altra tradizione locale, infine, è l'essiccamento del pesce, con tecniche tramandate nel tempo che permettono di ottenere un prodotto degno di raffinati palati.
 Sardine e pesce di lago sott'olio completano l'offerta gastronomica

mercoledì 30 marzo 2011

Il Borgo di Civita Bagnoregio

Il colle tufaceo su cui sorge Civita è minato alla base dalla continua erosione di due torrentelli che scorrono nelle valli sottostanti e dall’azione delle piogge e del vento: si sta dunque sgretolando, lentamente ma inesorabilmente.
Il borgo, dove resistono a vivere poche famiglie, sta franando, evaporando - si sta smarrendo: domani non sarà che un miraggio, come i sogni più belli, come Venezia (anch’essa condannata dalle acque), come tutto ciò che rivela la fragilità, l’impotenza umana.
La più bella definizione di Civita è del suo figlio Bonaventura Tecchi: “la città che muore”.
Il destino quasi segnato del luogo, il paesaggio irreale dei calanchi argillosi che assediano il borgo, i loro colori tetri che contrastano con quelli dorati del tufo, fanno di Civita un luogo unico, solare e crepuscolare insieme, vivo o spettrale, a seconda dell’umore di chi la guarda dal precipizio del Belvedere, conclusione “aerea” - quasi - del centro storico di Bagnoregio che inizia dalla splendida porta Albana.
Di fronte al Belvedere, collegata al mondo da un unico e stretto ponte di 300 metri, ecco Civita, appoggiata dolcemente su un cocuzzolo, col suo ciuffo di case medievali.
Addentrandosi nell’abitato (si fa per dire: vi vivono poche persone), il primo importante monumento che si incontra è la Porta S. Maria, sormontata da una coppia di leoni che artigliano due teste umane, simbolo dei tiranni sconfitti dai bagnoresi.
Più avanti la via S. Maria si apre nella piazza principale, dove si può ammirare la romanica Chiesa di S. Donato rimaneggiata nel XVI secolo.
In essa sono custoditi uno stupendo Crocefisso ligneo quattrocentesco, della scuola di Donatello, e un affresco della scuola del Perugino.
I palazzi rinascimentali dei Colesanti, dei Bocca e degli Alemanni si impongono  nelle viuzze con le tipiche case basse con balconcini e scalette esterne dette “profferli”, tipiche dell’architettura viterbese del medioevo.
Nel capoluogo Bagnoregio, meritano una visita la rinascimentale Porta Albana, il cui disegno è attribuito all’architetto Ippolito Scalza, il Tempietto di S. Bonaventura, a croce greca e a cupola, e la Cattedrale di S. Nicola.
L’attuale tempio, ammodernato una prima volta nel 1606, ha subito varie modifiche.
Tra le cose notevoli, una Bibbia del XII sec. in pergamena miniata, forse appartenente a S. Bonaventura e la teca argentea a forma di braccio benedicente nella quale si conservano le reliquie del Santo.
Da vedere anche la Chiesa romanico-gotica dell’Annunziata, affiancata da uno slanciato campanile del 1735 e ricca di opere pittoriche.
Notevoli il chiostro realizzato nel 1524 su disegno dell’architetto Michele Sammicheli e il pozzo centrale del 1604, opera di Ippolito Scalza.
Sul bordo orientale del Belvedere, dove c’era il convento francescano, è scavata nel tufo una grotta detta di S. Bonaventura.
Secondo la tradizione, qui il filosofo adolescente, sarebbe guarito dopo che la madre ebbe invocato Francesco d’Assisi, morto da poco (il 3 ottobre 1226).
Ottima, perché assolutamente artigianale, la lavorazione della carne suina, anche nei prodotti offerti al pubblico dalle macellerie, che sono anche norcinerie (prosciutto, salsiccia, capocolli e lombetti, pancetta arrotolata con spezie e aromi, porchetta).

Il Borgo di Neive

Come nelle Città invisibili di Italo Calvino, la grazia perduta di tanti luoghi della provincia italiana si può ormai ritrovare solo nelle vecchie cartoline, dove tutto sembra più bello di ciò che esiste adesso. Anche Neive ha il suo cemento che l’assedia, ma la parte storica, avvolta ad anelli intorno all’antico ricetto, è per fortuna ancora tutta da vedere. Il castello non esiste più, ma è rimasto l’impianto medievale della cittadina con le case dai tetti rossi addossate le une alle altre. Dall’alto del centro storico si gode di una  splendida vista sulle vigne circostanti.
Poiché questa è terra di grandi vini, non mancherà una visita alle aziende vinicole, spesso ospitate in dimore signorili come quella settecentesca dei Conti di Castelborgo, la cui cantina sprigiona balsami tra decorazioni e arredi d’epoca. L’ingresso al sontuoso giardino, racchiuso entro le mura meridionali del paese, di questo petit château è opera monumentale dell’architetto neivese  Giovanni Antonio Borgese (1751) di cui restano tre archi di doppie colonne e un pregevole cancello in ferro battuto sormontato dallo stemma dei Castelborgo. Dello stesso architetto è l’Arciconfraternita di San Michele, realizzata tra 1759 e 1789 in stile barocco sabaudo, a navata unica con alta cupola centrale. Sul portale della chiesa sono curiosamente scolpiti i simboli rivoluzionari dei diritti dell’uomo.
La dimora più antica del borgo è Casa Cotto, risalente agli inizi del XIII secolo. Era una casa-forte appartenente a una ricca famiglia di banchieri. Aveva anche una torretta, ora tagliata. Presenta pregevoli soffitti e caminetti d’epoca; durante i restauri sono stati rinvenuti nell’archivolto della porta d’ingresso mattoni di epoca romana. Dello stesso periodo è la vicina Torre dell’Orologio (1224) costruita sotto il dominio del comune di Asti.
Nel muro si trova una lapide funeraria romana dedicata a Valeria Terza dal marito Caio Aelio.
Ancora più tarda è la Torre del monastero (secolo X) in stile romanico, a pianta quadrata, con due ordini di monofore su ciascun lato e i cinque piani delineati da decorazioni ad archetto. E’ tutto ciò che resta dell’antico monastero benedettino detto di Santa Maria del Piano che si incontra sulla strada per Mango. Un tempo lo stesso dipendeva dall’Abbazia di Fruttuaria di San Benigno Canadese.
Spiccano tra gli edifici sacri di Neive le due cappelle cinquecentesche dedicate a San Rocco e a San Sebastiano. La Cappella di San Rocco, in particolare, si presenta a pianta quadrangolare, con portico e campanile. È situata appena fuori le mura meridionali, davanti all’arco che costituiva una delle due porte d’accesso al paese e che congiunge oggi la Casa Demaria  (secolo XVI) con il Castello dei Castelborgo. La Cappella fu ristrutturata nel 1783 dal Borgese ma conserva la parte centrale originale.
Un piccolo gioiello d’arte salvato dal degrado dagli attuali proprietari è Casa Bongioanni dello stesso architetto Borgese (1750), ricca di affreschi, decorazioni e stucchi d’epoca.
Chi fosse interessato a un bell’esempio di arte del Novecento, può recarsi al cimitero nuovo, a poca distanza dal centro storico, per vedere la Cappella Riccardi Candiani costruita negli anni Venti in stile neogotico, opera dello scultore torinese Carlo Biscarra. La facciata, ispirata a quella del Duomo di Chivasso,  presenta decorazioni in cotto di ispirazione  gotica e art nouveau, elegantemente accostate. L’interno, a navata unica, è decorato con affreschi di C. Ferro Milone e ospita le sepolture della famiglia dei Conti di Castelborgo.
Neive con il  Barbaresco che vi riempie il calice col suo color rosso granato che sfuma in arancione, non è l’unico frutto benedetto di questa terra.
Neive non vive di solo vino – il che sarebbe già tanto, vista la qualità e l’abbondanza - ma produce anche un celebre salame, di gusto dolce e profumato al Barbaresco, ricavato dagli allevamenti di suini sparsi sul territorio, nonché una nocciola Piemonte IGP dal sapore e aroma finissimi, altra splendida coltura di Langa.
In questo ristretto ambito collinare, a cavallo tra Langhe e Monferrato, cresce inoltre il pregiato tartufo d’Alba.
Ogni esperienza gastronomica rasenta, a Neive, l’assoluto, potendo scegliere, nel menu ideale, tra bagna caôda, tajarin al tartufo, carne cruda all’albese, coniglio al civèt, torta di nocciole, zabaione al moscato.
Per grandi tavolate è adatto il fritto misto alla piemontese – un secondo molto abbondante che funziona da piatto unico -  mentre per sobillare le papille gustative va bene la fonduta con sfoglie di tartufo bianco

Il Borgo di Pitigliano

Chi, percorrendo la statale 74, giunge al Santuario della Madonna delle Grazie, non può fare a meno di fermarsi, incantato e quasi incredulo per lo spettacolo che si trova di fronte: il borgo di Pitigliano sospeso sulla sua rupe di tufo tra valli verdeggianti. E’ una visione magica, un’illuminazione. L’abitato di Pitigliano, tutto costruito in tufo, è inserito nel paesaggio con una compattezza tale che è quasi impossibile separare l’opera dell’uomo da quella della natura. E se ci si guarda bene intorno, si ha l’impressione che la luce vibri all’unisono con i nostri pensieri, che le colline ci corrano incontro con le loro verdi effusioni, che le rocce di tufo nascondano ancora il genio etrusco.
L’impressione che dà Pitigliano, distesa sulla sua rupe a forma di mezzaluna, isolata dall’erosione millenaria di tre fiumi che le scorrono intorno e difesa da fortificazioni cinquecentesche, è quella di un complesso ferrigno e gagliardo, segnato dall’arte della guerra ma ingentilito dal tocco del Rinascimento.
Palazzo Orsini è il maggiore monumento di Pitigliano: di origine medievale (XIV secolo), la residenza dei conti Orsini fu ristrutturata per Niccolò III, nella prima metà del Cinquecento, dall’architetto Antonio da Sangallo secondo i canoni rinascimentali, evidenti negli stemmi, nelle porte bugnate, nella piazzetta con colonnato, nel pozzo esagonale, nell’elegante portale d’ingresso e nelle sale interne, ora sede del museo d’arte sacra.
Sulla piazza retrostante, che si estende fino ai due cigli della rupe con vedute spettacolari, si trova la  fontana medicea a cinque archi, preceduta dall’acquedotto seicentesco che scavalca l’antico fossato con un maestoso arco in tufo. Dalla piazza tre vie parallele si inoltrano nell’abitato, intersecate da una serie di vicoli pittoreschi, caratterizzati da scalinate, loggette e decorazioni cinquecentesche. Portali e finestre delle case antiche del centro sono spesso ornati di elementi decorativi in bugnato rustico. 
La via principale conduce a un’altra piazza, dove si trova la Cattedrale, ampliata nel Settecento in forme barocche, con bella facciata e grandioso altare all’interno. Tra stucchi e dorature, spiccano le tele di Pietro Aldi e di Francesco Vanni. A fianco della Cattedrale si eleva la torre campanaria che caratterizza il profilo urbano dell’abitato. In fondo alla piazza si erge una stele in travertino recante sculture rinascimentali e sormontata da un piccolo orso araldico, nota come monumento alla progenie ursinea (1490).  Da qui si raggiunge un’altra piazzetta, cuore dell’antico rione di Capisotto, con la chiesa di S. Rocco, ricordata già nel 1274 come chiesa di S. Maria. Ha una sobria facciata rinascimentale e un interno decorato con affreschi e stemmi dipinti. Proseguendo si giunge alla punta estrema della rupe e alla Porta di Capisotto (o di Sovana), di fianco alla quale è conservato un tratto di mura etrusche del VI secolo a.C.
A metà di via Zuccarelli si trova il Ghetto. Molti sono i ricordi della comunità ebraica, vissuta per mezzo millennio a Pitigliano, che fu luogo di rifugio per gli israeliti ed esempio di convivenza tra ebrei e cristiani, tanto da meritarsi la definizione di “Piccola Gerusalemme”. La Sinagoga, rivolta a est, è stata recentemente restaurata ed ha recuperato il suo arredo, con l’Aron (Arca Santa) sul fondo, la Tevà (il pulpito) al centro, il matroneo per le donne in alto, i lampadari e le decorazioni dipinte, tra cui la scritta che ricorda la fondazione del tempio nel 1598. Sotto la sinagoga si sviluppano vari ambienti scavati nel tufo - il bagno rituale, la macelleria e la cantina kasher, il forno degli azzimi - tutti recuperati negli ultimi anni, quando è stata realizzata la Mostra di cultura ebraica. Poco fuori, il cimitero ebraico custodisce monumenti funebri dell’Ottocento.
Lungo la strada per Sorano, sul costone tufaceo e oltre il torrente che dà vita a una bella cascata, si trova il rinascimentale Parco Orsini di cui rimangono, in mezzo alla vegetazione, padiglioni, statue e sedili intagliati nel tufo. Circondano il borgo verdi declivi, piccole valli con torrentelli e cascate, rupi su cui il sole al tramonto stempera i suoi colori. Emozionante, in questo contesto, è addentrarsi nei cunicoli (le vie cave) scavati dagli etruschi nel tufo tra il muschio, le felci e il fitto fogliame degli alberi, e che finiscono per intersecare le necropoli dove è stato allestito il Parco archeologico all’aperto. Dalle mistiche vie etrusche alle stalle e cantine ricavate nel dedalo di gallerie sotterranee, tutto riconduce alla “civiltà del tufo” di cui la gente di Pitigliano è erede

Il “Bianco di Pitigliano”, prodotto dalla Cantina Cooperativa e da altri validi viticultori (Villa Corano, Roccaccia ecc.) è stato il primo ad ottenere la Doc in Maremma. Le incredibili cantine scavate nel tufo, dove il vino si conserva a temperatura costante, testimoniano i tempi remoti della tradizione vinicola, a conferma dei quali vi è stata anche la produzione di vino kasher per gli ebrei ad opera della Cantina Cooperativa. Di ottima qualità è pure l’olio proveniente dall’Oleificio “Colline del Fiora” e dai frantoi della zona, adatto per la bruschetta che qui si chiama “pancrocino”.

martedì 29 marzo 2011

Il Borgo di castiglione del Lago

Pitture rinascimentali e camminamenti di ronda con vista sul Trasimeno.
Di grande rilevanza storico-artistica. è l’imponente complesso monumentale di Palazzo della Corgna, ampliato fra Cinque e Seicento da Galeazzo Alessi sul preesistente nucleo del Palazzetto Baglioni, con la probabile supervisione del Vignola.
Il Palazzo racchiude uno dei maggiori cicli pittorici del tardo manierismo umbro-toscano.
Una superficie di oltre 1200 mq. è stata dipinta per celebrare le gesta del condottiero Ascanio della Corgna con temi cari al XVI secolo: valorose imprese di eroi romani e scene ispirate alla mitologia greca.
Oggi la maggior parte degli affreschi di Niccolò Circignani, detto il Pomarancio, che ornano le sale del Palazzo, sono restituiti al loro antico splendore grazie a un attento lavoro di recupero e restauro.
Il Palazzo Ducale è collegato alla Rocca medievale da un camminamento che si snoda lungo le mura e che fu coperto nel 1617, durante il marchesato dei Della Corgna.
La Rocca del Leone è una fortezza medievale dalla singolare forma a cinque punte che ricorda la costellazione del Leone.
Edificata per volontà di Federico II a partire dal 1247, costituisce uno dei migliori esempi dell’architettura militare del Medioevo umbro.
La sua collocazione su uno sperone calcareo che domina il Trasimeno si è rivelata di grande importanza strategica durante le numerose guerre per il dominio del territorio combattute dalle signorie toscane e perugine.
Da vedere nel borgo, all’estremo opposto del Palazzo Ducale, anche la Chiesa di S. Maria Maddalena, costruita nel 1836 su progetto dell’architetto Giovanni Caproni.
Al suo interno sono conservate una “Madonna del Latte” di scuola senese del ‘300, una tavola che raffigura la Madonna con il Bambino, attribuita ad un allievo del Perugino e recentemente restaurata, e affreschi di Mariano Piervittori dipinti dopo il 1850.
Di epoca barocca (prima metà del ‘600) è invece la Chiesa di S. Domenico: edificata per volontà del duca Fulvio Alessandro, offre al visitatore uno splendido soffitto a cassettoni e numerosi dipinti del XVII secolo
Il pesce d’acqua dolce è padrone nella cucina locale, in particolare la “regina in porchetta”, cioè una carpa di grandi dimensioni cotta al forno, insaporita con finocchio, aglio, pepe e sale e servita con l’ottimo vino rosso dei Colli del Trasimeno.
Tra i primi, i “pici co’ la nana”, una pasta fatta in casa con acqua e farina e condita con sugo di anatra e parmigiano

Il Borgo di Asolo

Racchiudere in poche righe il piacere di una visita ad Asolo, "rara città di case che parlano" (Manlio Brusatin) è impossibile. Si può partire dalla piazza centrale, oggi intitolata a Garibaldi, con l'antica fontana sovrastata dal leone di S. Marco.
La Cattedrale, ricostruita nel 1747, conserva nella facciata la struttura romanica. All'interno, opere notevoli tra cui spicca l'Assunta, capolavoro di Lorenzo Lotto (1506).
La Loggia della Ragione costituiva il centro della vita amministrativa; nella sala della Ragione si trovano gli stemmi dei podestà asolani; la facciata verso la piazza porta un affresco del Contarini.
Imboccata via Browning si incontrano palazzo Polo con le sue eleganti trifore, casa Tabacchi dove Browning scrisse i versi di Asolando, la fontanella Zen (1571) e villa Freya, dimora della famiglia Stark.
Entrando in centro da sud, da Porta Loreggia, e prendendo il Foresto vecchio, ci si imbatte in
casa Malipiero, che ospitò il musicista veneziano, e nella chiesa di S. Gottardo.

Salendo lungo la caratteristica via Bembo, si costeggiano le mura fortificate che salgono alla Rocca e si ritorna in piazza. Da qui si sale a piedi lungo via Regina Cornaro tra due ali di palazzi quattrocenteschi affrescati e dotati di portici. A sinistra c'è il castello della Regina, ora Teatro Duse, con la Torre Civica e la più piccola Reata.
Scendendo si lascia sulla sinistra via Sottocastello con l'omonima porta e si passa davanti a palazzo Beltramini, ora municipio.
Prima di ridiscendere lungo contrada Canova, merita uno sguardo via Belvedere dove fino al 1547 era ospitata la comunità israelitica.

In via Canova si ammirano casa Duse e, sotto porta S. Caterina, casa De Maria e la graziosa chiesetta di S. Caterina con affreschi del '300.
Più avanti a sinistra palazzo Pasquali, con la lapide a ricordo del soggiorno di Napoleone nel 1797 e, oltre villa de Mattia, la casa detta Longobarda. Sul colle detto "degli Armeni", notevole il "fresco" di villa Contarini. Salendo per la stretta via S. Anna, si arriva in faccia all'omonima chiesa. Nel cimitero, le tombe di Eleonora Duse e Freya Stark.

Tornando dalla piazza centrale si sale ora per via Dante e, lasciata sulla destra l'elegante villa Scotti Pasini, si incontra l'ex monastero benedettino di San Pietro.
Infine, oltrepassata Porta Colmarion, 276 gradini conducono alla Rocca, fortezza medioevale (XIII sec.), sulla sommità del monte Ricco. Dagli spalti, splendida la vista sul paesaggio circostante.

Il Borgo di Montalbano Elicona

L’elemento storico architettonico più significativo di Montalbano Elicona è il Castello che domina un tessuto urbano medioevale irregolare e tortuoso, che si snoda su e giù per i vicoli adattandosi alla conformazione del promontorio roccioso. Le piccole case costruite in pietra arenaria sono colme di storia autentica. Edificato su preesistenze bizantine e arabe, il Castello è costituito in alto da un fortilizio normanno-svevo e in basso dal palatium fortificato svevo-aragonese. La parte superiore, una fortezza rettangolare, è chiusa all’estremità da due torri, una a pianta quadrata e l’altra, tipicamente sveva, a pianta pentagonale, con funzione di maschio. Al periodo svevo risale la muratura perimetrale merlata che rappresenta la configurazione difensiva “a saettiere” più importante e meglio conservata della Sicilia. Della fase angioina ci rimane la data del 1270 incisa nel rivestimento idraulico della cisterna grande.
Al re Federico II d’Aragona si deve invece la ricostruzione dell’edificio e la sua trasformazione da fortezza in regiae aedes, residenza reale per i soggiorni estivi (1302-08). Il sovrano fece aprire diciotto grandi finestre sui muri perimetrali al di sopra delle feritoie sveve e un numero considerevole di portali e porte. Grazie alla ristrutturazione operata dal re aragonese il castello di Montalbano è una delle opere più unitarie e armoniose del medioevo siciliano. L’elemento più straordinario dell’intero castello è la cappella reale di epoca bizantina, che custodirebbe secondo alcuni studiosi le spoglie di Arnaldo da Villanova, una delle figure più importanti del suo tempo, medico, alchimista e riformatore religioso in odore di eresia, morto nel 1310 e del quale sono attestate numerose presenze a Montalbano insieme al re Federico. Dopo oltre un secolo di declino, negli anni ’80 lavori di restauro hanno restituito il Castello alla sua antica bellezza, ma con un imperdonabile errore: i merli, originariamente a coda di rondine, sono diventati rettangolari, qualificando così come guelfo un edificio che, essendo svevo aragonese, non potrebbe essere più ghibellino! Il Castello è oggi di proprietà comunale e viene utilizzato per mostre e convegni. Il luogo di culto più prossimo al castello è la Chiesa di Santa Caterina, la cui facciata mostra un bel portale in stile romanico. Eretta intorno al 1300, conserva all’interno una pregevole statua marmorea della santa poggiata su un prezioso basamento a bassorilievo, attribuita alla scuola del Gagini. La Chiesa Madre, edificata nel medioevo, fu rifondata e ampliata nel 1654, anno in cui furono aggiunte le due navate laterali e venne eretto il campanile. La chiesa custodisce una scultura di San Nicola e un delizioso ciborio, entrambi in marmo e attribuiti alla scuola del Gagini, un crocifisso ligneo quattrocentesco, un’Ultima Cena attribuita alla scuola di Guido Reni e preziosi arredi sacri. Oltre alla miriade di sculture in pietra, a Montalbano spiccano sulla via Mastropaolo i due magnifici portali barocchi di Casa Messina-Ballarino, scolpito nel ’600 da Irardi da Napoli, e di Casa Mastropaolo, opera settecentesca di un mastro scalpellino locale. Interessante anche la Fontana del Gattuso, detta ’u roggiu. Da vedere infine la Chiesa dello Spirito Santo, risalente al ’300, situata vicino a Porta Giovan Guerino, e il Santuario di Maria Santissima della Provvidenza, con la statua lignea della Madonna che, ricoperta dei gioielli donati per voto dai fedeli, viene caricata sulla vara per essere portata in processione il 24 agosto. Dal Belvedere Portello si abbracciano con lo sguardo le vette dei Nebrodi, il capo Milazzo e le isole Eolie.
Ottimi i prodotti della pastorizia: la ricotta, fresca, salata e “infornata”, i formaggi e le provole, queste ultime – autentico capolavoro dell’arte casearia - presentate anche sotto forma di figure animali (i cavalluzzi di tumma). Gli insaccati sfidano i formaggi in bontà. E così pure i dolci a base di nocciole, di lavorazione artigianale, che arricchiscono i pranzi e le cene. Unici in tutta l’isola sono i biscotti a ciminu, cioè con i semi di anice, dal gusto forte e particolare, legati alle festività pasquali. Deliziosi anche i legumi - fagioli, fave, ceci - e l’olio extravergine di oliva

il Borgo di Civitella del Tronto

Un cucuzzolo guerriero sospeso tra mare e monti: questo sembra Civitella del Tronto. Elevato su un possente masso granitico sulla strada che congiunge Ascoli e Teramo, il borgo è capace di stupire in ogni stagione, sia quando i boschi sui fianchi dei monti s’incendiano di colori decisi, sia quando l’inverno spruzza di neve le tegole.
Panorami tersi e infiniti incorniciano i resti della cerchia muraria del XIII secolo che caratterizza questa città-fortezza, baluardo settentrionale del Regno di Napoli al confine con lo Stato Pontificio.
Cominciamo dunque la visita dalla Fortezza, edificata dagli spagnoli nella seconda metà del XVI secolo e incastonata in cima al paese come un’acropoli. Importante opera d’ingegneria militare, con i suoi 500 metri di lunghezza e 25mila metri quadri di superficie è tra le fortificazioni più grandi d’Europa. Il ponte levatoio, i bastioni, i camminamenti, le piazze d’armi, gli alloggiamenti militari, le carceri, le polveriere, i forni, le stalle, le cisterne, il palazzo del Governatore, la chiesa di San Giacomo, attirano ogni anno migliaia di visitatori. La sentinella del Regno di Napoli faceva anche da guardia al sottostante borgo, dove oggi pacificamente ci si può perdere nelle stradine – chiamate alla francese “rue” – tra le quali pare vi sia la più stretta d’Italia: la “ruetta”. Il passaggio dei lapicidi comacini e lombardi - i “magistri vagantes” già distintisi nell’Ascolano – ha lasciato nelle robuste architetture degli elementi ricorrenti che le rendono più gentili. Tra gli edifici di culto, è da vedere innanzitutto la Collegiata di San Lorenzo della fine del XVI secolo, a croce latina e con la facciata a doppia coppia di lesene trabeate; all’interno custodisce notevoli dipinti del XVII secolo. Quasi contemporanea è la chiesa di San Francesco, recentemente restaurata, con la sua torre campanaria, il pregevole rosone della facciata, l’interno barocco, il coro ligneo del Quattrocento. La piccola chiesa di Santa Maria degli Angeli è detta anche “della Scopa” per via della Confraternita che vi s’insediò; risale al XIV secolo, è affrescata e accoglie una scultura lignea del Cristo morto di grande pathos. Quanto agli edifici civili, spicca su tutti il Palazzo del Capitano del XIV secolo, che mostra in facciata le cornici marcapiano finemente intagliate a soggetto naturalistico con lo stemma degli Angiò. Infine, il monumento funebre di Matteo Wade in marmo di Carrara del 1929, in Largo Rosati. Fuori le mura, merita una visita il Convento di Santa Maria dei Lumi, così detto per i misteriosi avvistamenti di luci, eretto nella prima metà del Trecento dai francescani e ancora condotto dai Conventuali, con all’interno l’effige in legno policromo e dorato della Madonna, della seconda metà del Quattrocento, e il chiostro conventuale. Il complesso abbaziale di Montesanto, tra i primi centri benedettini d’Abruzzo (VI secolo) è posto su un colle a coronamento del borgo.

Da non perdere la cucina essenziale, tanto negli ingredienti quanto nelle preparazioni, com’è naturale in un ambiente militarizzato, proviene un piatto originale, le ceppe: sorta di maccheroni ottenuti all’inizio con un impasto di sole farina e acqua, cui nel tempo si sono aggiunte le uova. Il nome fa riferimento al bastoncino - la “ceppetta”, oggi sostituita da un fil di ferro - intorno alla quale si avvolgevano piccole porzioni d’impasto per poi sfilarle in forma di maccheroni. Un buon ragù, e la magia è in tavola. Tra i secondi piatti, il filetto alla Borbonica prevede una fetta di pane e una spessa fetta di carne, mozzarella e acciughe, il tutto insaporito dal vino marsala; lo spezzatino (o il pollo) alla Franceschiello è fatto con pollo, agnello, salsa, piccante, sottaceti e vino bianco.

il Borgo di Bienno

Bienno l'antico Borgo dei magli.

 Bienno è il paese del ferro.
Grazie alla ricchezza dei boschi che fornivano il combustibile e all’abbondanza d’acqua dalla quale si generava la forza motrice, a Bienno si è sviluppata una fiorente attività economica legata alla lavorazione ed al commercio dei manufatti di ferro.
Due sono i principali itinerari di visita del borgo.

Il primo risalendo da Via Artigiani, “Alla scoperta del Vaso Re, lungo il racconto disegnato dall’acqua”: seguendolo si può ripercorrere la storia industriale dell’antico borgo dei magli, incontrando via via le antiche fucine ora Scuola di Fucinatura, Ludoteca del Ferro, Fucina Museo (un opificio seicentesco). Lungo Via Ripa una scalinata in selciato scende al seicentesco Mulino Museo capace di produrre, con le macine di pietra mosse dall’acqua del “Vaso Re” , dell’ottima farina da polenta.
Proseguendo per Via Re si raggiungono l’antico lavatoio e, più avanti,  una fucina che ancora utilizza il maglio ad acqua,  tratti di canale sopraelevato, lavatoi e paratoie, sino all’origine del “Vaso Re”, l’opera di presa sul torrente.
Recentemente lungo il canale sono state realizzate 14 installazioni che consentono, risalendo il Vaso Rè, di percorrere a ritroso la storia del borgo.
Un secondo itinerario, “Il racconto delle pietre”, si sviluppa nel centro storico di Bienno, il paese delle sette torri. Salendo lungo Via Contrizio si incontra il Palazzo Simoni Fè, il cui nucleo originario risale al 1400, con affreschi ben conservati.

Poco più avanti la Torre Avanzini, datata 1075, a fianco della quale una stretta via conduce alla piazza su cui si affaccia la Chiesa di Santa Maria Annunciata, costruita nel Quattrocento tra i vicoli stretti e le alte case.
La presenza francescana si intuisce dagli affreschi devozionali sulle pareti, dalla danza macabra, dalle immagini del Santo di Assisi.
La facciata principale ha pilastri in pietra a vista e un bel rosone in stile gotico, quella di sinistra ha finestre ad arco trilobato. Il campanile è a cuspide con bifore.
 Dal 1490 al 1494 sono stati affrescati la navata, la parte inferiore dell'arco santo, le volte e i peducci del presbiterio dal camuno Giovan Pietro da Cemmo. Nel 1539-40 Gerolamo Romano detto il Romanino ha dipinto il presbiterio. La pala dell'altare (1632) è di Mauro della Rovere, detto il Fiamminghino.
Tornati in Via Contrizio si incontra la Casa Bettoni, esempio di palazzetto rinascimentale dove è stata conservata la struttura originaria. Alla sommità della Via Contrizio si trova l’imponente portale di quella che fu la medievale Torre Rizzieri.

Si giunge dunque in piazza Castello con l’antica Torre Mendeni, continuando la salita si attraversa un passaggio archivoltato sotto un’altra torre più minuta rispetto alle precedenti.
All’apice di Via Castello si trova la Chiesa Parrocchiale dedicata ai Santi Faustino e Giovita circondata da un ampio sagrato. La facciata ha un portale in arenaria di Sarnico. In due nicchie in alto si trovano le statue dei Santi Faustino e Giovita. L'interno è ad una sola navata, la volta è stata affrescata dal Fiamminghino. Ai lati della navata si trovano sei altari; le cancellate che li racchiudono sono datate 1647 e sono opera di artisti biennesi. L'organo è dei Fratelli Antegnati, uno dei più pregevoli della provincia di Brescia. La pala dell'altare è del veneziano Giovan Battista Pittoni e rappresenta il martirio dei Santi Faustino e Giovita.
Nell'ultima settimana di agosto, si svolge da più di dieci anni la manifestazione denominata "Mostra Mercato dell'artigianato e dell'antiquariato".
Centinaia di espositori si mettono in mostra con le loro opere, cercando di far cogliere al visitatore la loro sapiente arte artigiana.

Fra cortili e loggiati, piazze e vicoli, le vecchie cantine e gli antichi androni si rivestono di nuova luce ospitando artisti che qui hanno la possibilità di ricreare le loro affascinanti botteghe.
Un' occasione per scoprire un'atmosfera irreale, quasi magica. alla scoperta degli angoli più segreti, facendolo immergere in una dimensione medioevale e portandolo a perdere la cognizione del tempo.

Un evento da non perdere assolutamente
Non si può lasciare Bienno senza aver assaggiato un piatto di Casoncelli  conditi con il burro fuso e formaggio spesso prodotto nel periodo estivo negli alpeggi sui monti attorno al paese.

 

lunedì 28 marzo 2011

Il procedere lento è bellezza

I borghi sono questi luoghi incantati la cui bellezza, consolidata nei secoli, trascende le nostre vite, e che abbiamo perciò il dovere di salvare, conservare e tramandare alle successive generazioni questo immenso patrimonio culturale e ambientale, in larga parte sconosciuto ai più.
Il valore della bellezza sta nel suo potere di guida: a due passi da casa, ci sono mondi che non conosciamo; c'è la possibilità di trascorrere vacanze davvero "esotiche", lontano dagli stereotipi del turismo di massa. Un'alternativa ai "non luoghi" delle città, anonimi e uguali ovunque. E un'alternativa di vita: perché, come diceva Pound, "il procedere lento è bellezza".

BorghiTravel è l’unico operatore certificato dal Club de I Borghi più belli d’Italia

La BorghiTravel nasce per volontà del Club de “I Borghi più belli d’Italia” che a sua volta nasce nel 2001 su impulso della Consulta del Turismo dell' Associazione dei Comuni Italiani (ANCI) e ha un comitato scientifico che garantisce la bellezza e l’autenticità di ciascuno dei 200 borghi sparsi da nord a sud del BelPaese.
BorghiTravel è l’unico operatore certificato dal Club de I Borghi più belli d’Italia presente sul mercato. Il nostro prodotto turistico è innovativo e garantito ma soprattutto Italiano al 100%. Le strutture proposte (più di 400 distribuite in tutte le regioni italiane) si distinguono per la loro accoglienza e per la loro cucina regionale e artigianale in linea con le esigenze di un turista sempre più consapevole e più sofisticato.
Le destinazioni proposte, sono distribuite in tutto il Belpaese e sono fuori dalle classiche mete del turismo di massa. Questo permette al turista di ritrovare la vera accoglienza italiana e di scoprire l’Italia nascosta ricca di fascino e bellezze.
BorghiTravel offre diverse tipologie di pacchetti turistici che hanno come comune denominatore i Borghi più belli d’Italia: Bici&Borghi , Trekking&Borghi, Sport&Borghi, Benessere&Borghi, Laghi&Borghi, Mare&Borghi, Montagna&Borghi, Cucina&Borghi. Questa distinzione permette al visitatore di ricercare il luogo in base alle proprie esigenze in maniera schematica ed intuitiva.http://www.borghitravel.com/#

il Fascino dell' italia nascosta

Sono ben 200 i borghi certificati ad oggi dal club sparsi in tutta italia, vere e propie chicce del nostro meraviglioso paese.
Comuni ricchi di storia cultura enogastronomia dove immergersi e farsi coccolare dal'ospitalità dei loro residenti ,persone genuine che rendono acora più affascinanti questi terrirori.
Un indotto in forte crescita come si evince dal  rapporto Ecotur sul Turismo Natura, elaborato da Istat, Enit, Università dell'Aquila e Regione Abruzzo che certifica il fatturato dei Comuni appartenenti al Club I Borghi più belli D'Italia nel 2009 sfiora il miliardo di euro (era di 681,5 milioni nel 2007, nel 2009 è di 988,6 milioni) con un indice di internazionalizzazione che ormai si avvicina a quello del turismo natura (34,4 contro 37,4). Secondo le stime quindi nei Borghi più belli d'Italia la composizione del fatturato è equilibrato: il 58% arriva da turisti italiani, il 42% da stranieri.
Complimenti al club de I Borghi più belli d'Italia  

Nel marzo del 2001 nasceva il club de I Borghi più Belli d'Italia

Nel marzo del 2001 nasceva il club de I Borghi più Belli d'Italia su impulso della Consulta del Turismo dell' Associazione dei Comuni Italiani (ANCI).
Questa iniziativa è sorta dall'esigenza di valorizzare il grande patrimonio di Storia, Arte, Cultura, Ambiente e Tradizioni presente nei piccoli centri italiani che sono, per la grande parte, emarginati dai flussi dei visitatori e dei turisti.
Sono infatti centinaia i piccoli borghi d'Italia che rischiano lo spopolamento ed il conseguente degrado a causa di una situazione di marginalità rispetto agli interessi economici che gravitano intorno al movimento turistico e commerciale.
Per questo si è deciso di costituire un Club di Prodotto che raccogliesse le giuste esigenze di quegli amministratori più accorti e più sensibili alla tutela e alla valorizzazione del Borgo e che intendessero partecipare con convinzione ad una struttura associativa così importante ed impegnativa.
Per essere ammessi occorre infatti corrispondere ad una serie di requisiti di carattere strutturale, come l'armonia architettonica del tessuto urbano e la qualità del patrimonio edilizio pubblico e privato, e di carattere generale che attengono alla vivibilità del borgo in termini di attività e di servizi al cittadino.
Occorre inoltre impegnarsi per migliorare continuamente tali requisiti in quanto l'ingresso nel Club non ne garantisce la permanenza se non viene riscontrata una volontà, attraverso azioni concrete, di accrescerne le qualità.
Per questo il nostro Club, che non è stato creato per effettuare una mera operazione di promozione turistica integrata, si prefigge di garantire attraverso la tutela, il recupero e la valorizzazione, il mantenimento di un patrimonio di monumenti e di memorie che altrimenti andrebbe irrimediabilmente perduto.
L'Italia minore, quella a volte più sconosciuta e nascosta, rappresenta al meglio il dipanarsi della storia millenaria che ha lasciato i suoi segni indelebili soprattutto in questi luoghi rimasti emarginati dallo sviluppo e dalla modernità a tutti i costi.
Non proponiamo dei Paradisi in Terra ma vogliamo che le sempre più numerose persone che ritornano a vivere nei piccoli centri storici e i visitatori che sono interessati a conoscerli possano trovare quelle atmosfere quegli odori e quei sapori che fanno diventare la tipicità un modello di vita che vale la pena di "gustare" con tutti i sensi.
Questo sito vi propone un piccolo assaggio che potrete approfondire meglio attraverso la GUIDA e gustare fino in fondo con una "gita".