mercoledì 27 aprile 2011

Il borgo di Matelica

Dopo aver percorso un breve tratto di Corso V. Emanuele, si giunge in una piccola piazzetta dominata dalla facciata della Cattedrale e dalla mole del campanile, posto al centro della facciata. L’edificio è stato ricostruito e restaurato più volte e il campanile da dietro una piccola chiesa si è trovato al centro della facciata di una grande cattedrale. Dell’edificio barocco sono rimaste soltanto due belle cappelle che fiancheggiano l’altare maggiore.
Usciti dalla chiesa imboccare l’arco sulla destra e poi vicolo Orti. E’ questa una zona ricchissima di palazzi rinascimentali, molto belle le facciate posteriori del Palazzo Campanelli, del Palazzo Bracci e Monti de Luca, arricchite da graziose loggette aeree.
Al termine della discesa, seguite le indicazioni per la vicina Piazza San Francesco.
Questo spazio è dominato dalla facciata del Palazzo Finaguerra, in fondo si innalza la bella facciata a mattoni di San Francesco. L’aspetto attuale è dovuto al restauro seicentesco. Le cappelle laterali meritano un’attenta visita: conservano opere di Ercole Ramazzani, Eusebio da San Giorgio, Marco Palmezzano, Simone e Giovanni Francesco de Magistris, Durante Nobili. San Filippo 1655 – 1660, interamente edificio barocco. Bellissimo organo sulla controfacciata, dipinti del Savonazzi, del Brandi e del Ghezzi. Da non perdere la straordinaria sagrestia ellittica.
A pochi passi si erge la chiesa di San Giovanni Decollato, attualmente chiusa, progettata dall’architetto Calderari nel 1733. E’ uno degli esempi più belli di rococò marchigiano.
Alla fine della via, con facciata su via Sant’Adriano c’è la chiesa intitolata a San Valentino e Santa Teresa. L’interno in forme barocche è dominato dall’altare maggiore circondato da tre grandi tele con storie di Santa Teresa attribuite ad autori della scuola del Solimena.
Il Verdicchio di Matelica DOC ed altri prodotti tipici
In questa singolare vallata, compresa tra il Monte San Vicino ad est, la catena dei Monti Sibillini a sud, caratterizzata dalle bizzarrie del fiume Esino, si estende la zona di produzione del Verdicchio DOC di Matelica. L’ottima esposizione dei vigneti, la costante ventilazione, la luminosità ed il calore contribuiscono a costruire un ambiente ottimale per il ciclo vegetativo della vite. La sapiente opera dei produttori, mirata all’esaltazione della “tipicità”, unitamente all’uso delle più moderne tecnologie di vinificazione, hanno portato il Verdicchio di Matelica ai livelli più alti dell’enologia nazionale. Il Verdicchio di Matelica all’olfatto è fragrante, fruttato e floreale; vi si riconoscono sentori di mela e di fiori come il biancospino e la ginestra. Al gusto è fresco, sapido, caldo, morbido e decisamente di corpo, con un retrogusto di persistente di mandorla amara. Vino di grande personalità, si presta alle necessità di tutto il pasto; ottimo nella versione spumante come aperitivo; nella gastronomia è particolarmente indicato negli abbinamenti con gli antipasti magri, o di pesce, pastasciutte e risotti, secondi piatti a base di pesce. Nella versione passito ottimi gli accostamenti a formaggi pecorini stagionati e dolci a pasta non lievitata.
Ma Matelica non è solo Verdicchio!! La particolare morfologia del territorio ha sempre offerto un habitat adatto all’allevamento degli animali ed anche oggi non è casuale vedere al pascolo i bovini della pregiata razza Marchigiana, o gli ovini della “razza fabrianese”.
Un discorso a parte meritano i suini. Sebbene siano del tutto sparite le razze autoctone, il gusto per la tradizione è rimasto anche nella produzione industriale.
Il turista non deve perdere l’occasione di assaggiare il “Ciauscolo”, gustosissimo salume da spalmare, o il salame “Lardellato”.
Dolcissimo e profumatissimo il miele “Millefiori”, caratteristico in questa zona per la molteplicità dei fiori presenti. Al ristorante potrete trovare molti piatti della tradizione contadina; tra i primi piatti spiccano i “Vincisgrassi” e le “Tagliatelle della trebbiatura”. Tra i secondi piatti, oltre il “coniglio in porchetta” e “pollo in potacchio”, la classica “coratella d’agnello”.
Per quanto riguarda i dolci , “la crescia fojata”, uno strudel ricco di noci, uva secca, fichi secchi e mele; “la frustenga”, tra i cui ingredienti annovera la dolcissima “sapa”, mosto d’uva condensato ed infine la bianca, friabile e leggerissima “ciambella di Pasqua
 

mercoledì 20 aprile 2011

Il borgo di San Gemini

Borgo medievale di viuzze, scalinate, arcate e torrioni, immerso nell’incantevole paesaggio umbro, e ora anche città slow(non potrebbe essere altrimenti: qui la lentezza è d’obbligo), San Gemini non si dimentica facilmente. La visita può cominciare da Piazza San Francesco, cuore del paese, che collega la parte più moderna, rinascimentale e successiva, al nucleo più antico, arroccato sulla sommità del colle. Sulla piazza si affacciano la Chiesa di San Francesco e il settecentesco Palazzo Comunale che ha sostituito Palazzo Vecchio come sede del Comune. La chiesa, dedicata al santo di Assisi che qui effettuò un esorcismo nel 1213, risale a quel periodo e presenta un bel portale gotico con antica porta di legno; l’interno in stile gotico conserva affreschi di scuola umbra. Attraverso la Porta Burgi del XII secolo si entra nel quartiere medievale percorrendo la Via Casentino che seguiva fedelmente il tragitto della Via Flaminia. Si apre ai nostri occhi la piazza occupata quasi completamente, data la sua imponenza, dal Palazzo Vecchio (XII-XIII secolo) che fu la sede del Capitano del Popolo. Merita una visita (da concordare con la Pro Loco) per almeno due motivi: nella sala centrale, gli interessanti affreschi che illustrano scene del lavoro nei campi, e nella Torre Esperia che gli sorge accanto, la campana forgiata nel 1318 da Mastro Matteo da Orvieto, simbolo del libero Comune perché serviva a chiamare i cittadini alle adunanze pubbliche. Accanto, nella piccola Chiesa di San Carlo (già Santa Maria de Incertis) si ammirano un ciborio trecentesco e numerosi affreschi dei secoli XIV e XV, tra cui una splendida Madonna con Bambino e l’altrettanto bella Madonna in trono. Proseguendo, si raggiunge Piazza Garibaldi da dove si arriva alla Chiesa di San Giovanni, di cui la facciata romanica, veramente notevole, rappresenta la parte più antica: reca impressa la data di costruzione – 1199 – e i nomi degli architetti. Tra le molte opere da vedere, ricordiamo il fonte battesimale del XVI secolo e la Madonna lignea settecentesca. Nel vicino ex Convento di Santa Maria Maddalena ad attrarre è subito il chiostro. Appena fuori, una breve passeggiata sulle mura consente di apprezzare il panorama insieme con la sapienza costruttiva medievale. Tornati in Piazza Garibaldi e in Via Casentino, lo sguardo si perderà nel labirinto di vicoletti, scalinate, angoli fioriti che rendono San Gemini così attraente. Da Piazza Garibaldi ci si porta in Via del Tribunale per raggiungere poi la casa patrizia dove sono conservati i mosaici pavimentali romani (di proprietà privata, serve accordo con la Pro Loco). Si ritorna quindi in Piazza San Francesco per imboccare Via Roma e quindi arrivare, prima dell’Arco di Porta Romana, alla Piazza del Duomo su cui si affacciano il Palazzo Santacroce (oggi albergo) e il Duomo di San Gemine, molto antico ma restaurato completamente nella prima metà dell’Ottocento da un architetto che forse si è avvalso dei consigli del Canova. L’interno è ridondante di Stucchi e ospita dipinti del Seicento. Oltrepassato l’arco, continuando a destra si raggiunge in breve la Chiesa di San Nicola, dalla lunga storia, che inizia nei primi anni del Mille, come attesta un documento del 1037, e arriva sino a New York, dove certamente al Metropolitan Museum è finito il meraviglioso portale originario: quello che ammiriamo oggi è una copia perfettissima. Da vedere all’interno la Madonna con Bambino di Ruggero da Todi (1295). 
Oggi come già in epoca romana, San Gemini è famosa per le curative acque minerali. 
Vino ed olio extra vergine di oliva, e ancora i norcini che lavorano sapientemente la carne con metodi tradizionali e i fornai, i quali, oltre al pane salato, fanno nascere con le loro mani, pizze di formaggio e focacce salate ed i pasticceri che rinnovano con le loro specialità le vecchie tradizioni come quella del pampepato.
I picchiarelli alla sangeminese, con sugo piccante. I picchiarelli sono una pasta tirata a mano e della grandezza di una cordicella.

venerdì 15 aprile 2011

Il borgo di Sperlonga

Sperlonga è un borgo marinaro a metà strada tra Napoli e Roma, arroccato in cima a uno sperone roccioso, con gli intonaci bianchi di calce, con archi, scalette e viuzze che si aprono e si nascondono, s'inerpicano e ridiscendono fino a scivolare al mare.
La sua struttura urbanistica è tipicamente medievale: partendo da un primo nucleo centrale, le case si sono avvolte intorno al promontorio divenendo tutt'uno con la roccia, e abbracciate le une alle altre in funzione difensiva.
Il borgo è sorto così, sullo sperone di S. Magno, nella più pura e spontanea architettura mediterranea, con vicoli stretti e lunghe scalinate per rendere più disagevoli le incursioni dei predoni del mare.
Nell'XI sec. Sperlonga era un castello chiuso da una cinta muraria, nella quale si aprivano due porte che oggi sono le testimonianze superstiti dell'epoca medievale: la Portella (o Porta Carrese) e Porta Marina, la principale via d'accesso al paese, entrambe con lo stemma dell'aquila della famiglia Caetani.
Le torri di avvistamento rimaste sono tre: Torre Truglia, edificata su uno scoglio all'estrema punta del promontorio di Sperlonga nel 1532, sulle fondamenta di un'analoga costruzione romana, ricostruita nel 1611, di nuovo distrutta nel 1623 e rifiorita nel secolo successivo; Torre Capovento, contemporanea della precedente, su uno sperone del monte Bazzano; Torre del Nibbio, che era inclusa nel castello baronale e risale al 1500.
Dopo la devastazione del 1534 dovette passare quasi un secolo perché la vita tornasse a Sperlonga, che fu ricostruita nell'attuale forma a testuggine ed arricchita di chiese e palazzi signorili.
Tra le emergenze architettoniche, sono da ricordare l'antichissima chiesa di S. Maria di Spelonca, costruita nei primi anni del XII sec. con campanile e pianta latina con matronei, la chiesa di S. Rocco, edificata nel XV sec., Palazzo Sabella, il più antico e importante del borgo, temporanea residenza nel 1379 dell'antipapa Clemente VII e con facciata rifatta nel '500.
L'antro di Tiberio, infine, è una grotta ricavata in una villa romana che si dice appartenesse all'imperatore. La residenza si sviluppava per oltre 300 m. di lunghezza lungo la spiaggia di levante e comprendeva, in epoca augustea, un impianto termale e una piscina circolare collegata a vasche destinate all'itticoltura.
Internamente l'antro era decorato con marmi e mosaici in tessere di vetro e arredato con i gruppi marmorei ispirati alle imprese di Ulisse conservati al Museo Archeologico.

La gastronomia si innesta sulla tradizione di piatti che si rifanno a una cucina povera come le zuppe: di sarde, di pesce alla sperlongana, di fagioli, marinata.
Apprezzabili anche i bambolotti con ragù di seppie e la cucina marinara in genere.



il Borgo di Oratino

Tra Sei e Ottocento, grazie soprattutto al mecenatismo dei duchi Giordano, il piccolo villaggio di Oratino ha potuto vedere stampata sulle sue facciate la grazia infusa ai materiali dagli artigiani locali. I portali, i balconi, le balaustre delle dimore gentilizie, così come gli interni delle chiese, sono opera di fabbri, scalpellini, doratori, vetrai e pittori che nelle loro botteghe hanno creato un’arte coesa e nient’affatto plebea. Nel 1781 uno storico scrive di Oratino che “vi si coltivano molte arti di gusto”. In effetti, non ci sono altri centri del Molise che possano vantare una tale concentrazione di artisti e artigiani. Molti di loro, formatisi in ambiente napoletano, hanno lasciato tracce sino alla Capitanata, al Sannio beneventano e all’Abruzzo. Iniziamo dunque la nostra visita dalla Chiesa di Santa Maria Assunta, nel centro storico. Dell’edificio si ha notizia già nel 1251. Più volte rimaneggiata, soprattutto dopo il terremoto del 1456, conserva nella volta della navata centrale l’Assunzione della Vergine, un affresco di Ciriaco Brunetti terminato nel 1791. Piace, dell’artista di Oratino, la vena rocaille che affiora in particolare negli studi preparatori per decorazioni di volte, soffitti e trompe-l’oeil. Nella stessa chiesa si apprezza un ostensorio d’argento realizzato nel 1838 nella bottega di oreficeria di Isaia Salati, nipote di Ciriaco Brunetti. Per vedere, invece, l’arte applicata all’intaglio del legno, bisogna uscire dal borgo e recarsi extra moenia alla Chiesa di Santa Maria di Loreto. Qui troviamo due interessanti statue, la Madonna del Rosario dello scultore secentesco Carmine Latessa, e quella di Sant’Antonio Abate di Nicola Giovannitti, datata 1727. Tipica chiesetta di campagna, si presenta con la facciata del 1718; è stata ampliata in lunghezza, nella prima metà dell’Ottocento, per tutto l’attuale presbiterio. La volta della navata centrale e le due laterali sono state dipinte dai fratelli Ciriaco e Stanislao Brunetti. Torniamo ora nel borgo per continuare il nostro giro. Uno sguardo merita il Palazzo Ducale, nato come castello fortificato nel XIV secolo, trasformato in residenza gentilizia nel XVIII, e oggi purtroppo di proprietà privata. Magnifici portali in pietra, come quelli di Palazzo Ducale e di Casa Giuliani, ci inducono a ricordare gli artisti oratinesi che non abbiamo ancora citato: lo scalpellino Domenico Grandillo, lo scultore Silverio Giovannitti, gli indoratori Giuseppe Petti, Agostino Brunetti, Modesto Pallante, i pittori Benedetto Brunetti, espressione della cultura tardo manierista, e Nicolò Falocco, con i suoi disegni a sanguigna fitti di chiaroscuri, indicato come discepolo del Solimena, il massimo esponente della pittura napoletana d’inizio Settecento. Passeggiando per via Piedicastello, o lungo piazza Giordano in una sera d’estate, o ancora affacciandosi al belvedere per ammirare la morbida e asprigna (siamo nel borgo “bifronte”!) vallata del Biferno, si riesce a cogliere qualcosa di misterioso in questo luogo. Come se l’ottima pietra locale lavorata, incisa e perduta nelle traversie dei secoli, il cui emblema è la torre medievale che si erge spezzata e solitaria su dirupi da brivido, ripetesse l’eterno andare delle transumanze. L’alto roccione difeso da mura sannitiche ancora sorveglia gli antichi percorsi delle greggi, le vie d’erba che scendevano dall’Appennino seguendo la naturale conformazione dei luoghi. Spariti i tratturi e la trama di relazioni sociali che il lento incedere delle mandrie consentiva, ci restano i sapori del pane, dell’olio, dei formaggi e gli ultimi fuochi della civiltà pastorale e contadina, accesi la notte di Natale quando il giorno è più corto, ma la speranza cresce.
l'enogastronomia con i suoi tipici legumi.,ceci e cicerchie sono gli ingredienti, con il grano, delle lessate, il piatto che viene cucinato sul sagrato della chiesa il 17 gennaio, mentre arde il falò acceso in onore di Sant’Antonio Abate.

martedì 12 aprile 2011

Il borgo di Ricetto Di Candelo

Il Ricetto è una fortificazione collettiva sorta per iniziativa della popolazione di Candelo negli anni a cavallo tra Duecento e Trecento.
è il più intatto di tutti i ricetti del Piemonte e rappresenta la memoria della gente di Candelo, che lo utilizzava come deposito per i prodotti agricoli in tempo di pace e come rifugio in tempo di guerra o di pericolo. Si è conservato grazie alla sua matrice contadina, infatti fino a pochi anni fa nelle "cellule" si faceva il vino e si mettevano al sicuro i prodotti della terra.
Il ricetto è a pianta pentagonale, ha un perimetro di circa 470 metri e una superficie di 13 mila mq, è largo 110 metri e lungo 120. In queste ristrette dimensioni trovano spazio circa 200 cellule, oggi quasi tutte di proprietà privata.
La cinta muraria ne segue tutto il perimetro ad eccezione del lato sud, ora occupato dal palazzo comunale in stile neoclassico costruito nel 1819 in stridente contrasto con l'architettura medievale del ricetto.
Le mura sono in ciottoli a spina di pesce con un coronamento merlato. Tutto intorno correva il cammino di ronda.
Gli angoli del ricetto sono protetti da quattro torri rotonde, in origine tutte aperte verso l'interno per facilitare le operazioni di difesa. I coronamenti in cotto, con decori di mattoni posti a scalare, risalgono a sistemazioni successive.
L'unica via d'accesso era protetta, a sud, da una poderosa torre-porta, mentre al centro del lato nord, tra due torri angolari rotonde, si trova ancora la torre di cortina, costruita quasi interamente con grandi massi squadrati.
Varcata la torre-porta, ci si trova in una piazzetta pavimentata con le pietre tondeggianti del vicino torrente.
La costruzione più imponente è il palazzo del principe, fatto costruire da Sebastiano Ferrero nel 1496, quando diventò feudatario di Candelo.
Il palazzo presenta una struttura a mastio, oggetto di vari interventi in epoca successiva.
Le rue - francesismo con cui si chiamano le strade - sono a ciotoloni inclinati verso la mezzaria e con pendenza da sud a nord per permettere il deflusso delle acque superficiali verso la torre di cortina. L'impianto viario è costituito da cinque assi in direzione est-ovest, intersecati da due ortogonali.
La rua principale, al centro, era calibrata in funzione del traffico dei carri; più ridotte sono le rue laterali.
Gli edifici, costituiti da una serie di singole cellule edilizie non comunicanti, sono accorpati in nove isolati.
Il vano a pianoterra (caneva) è una cantina con pavimento in terra battuta, destinata al vino e alle operazioni connesse, cui si accede dalla strada attraverso un portale. Il vano al piano superiore (solarium) è un ambiente secco ed asciutto, ideale per la conservazione delle granaglie, e vi si accede direttamente dalla rua tramite la lobbia, una balconata di legno che poggia sulle travi di separazione tra caneva e solarium.
I due vani non sono comunicanti per ridurre al minimo le escursioni termiche. La lobbia meglio conservata è quella vicino alla sala consiliare.
Dal ricetto, scendendo lungo il tratto erboso a sinistra della torre di sud-ovest, si raggiunge la chiesa di S. Maria attraverso un viottolo che costeggia la roggia Marchesa, il canale che dal 1561 dà acqua alle campagne circostanti e alle risaie del Vercellese.
In questi terreni, fino alla piana del torrente Cervo, si trovavano le fosse per la macerazione della canapa, coltivazione dismessa agli inizi del Novecento.
La chiesa, variamente rimaneggiata, è menzionata per la prima volta nel 1182 e conserva una bella facciata romanica costruita con pietre di torrente disposte a spina di pesce. All'interno, sono pregevoli i capitelli quattrocenteschi delle colonne, gli affreschi della fine del XV secolo e il pulpito della metà del XVII.

giovedì 7 aprile 2011

Il Borgo di Suvereto

L'età dell'oro per questa piccola comunità della Maremma è stato il Duecento. Guerre e guerricciole, ma soprattutto i miasmi dell'aria con l'elevata mortalità hanno quasi cancellato il borgo per due secoli, il XVII e il XVIII, nel corso dei quali non si sono registrati praticamente interventi urbanistici.
Tutto è rimasto immutato e congelato per circa duecento anni. E dunque, di questa lunga e terribile decadenza non c'è quasi traccia in Suvereto, nel cui tessuto urbano continua a spiccare l'eredità medievale e dell'inizio dell'età moderna.
Il Palazzo Comunale risale ai primi anni del Duecento, anche se la struttura attuale è la reinterpretazione nei secoli dei moduli originari. è sormontato da un'antica torre detta della campana (e oggi dell'orologio) perché chiamava a raccolta gli Anziani per l'assemblea.
Nel loggiato aperto sopra la scala d'ingresso, detto loggia dei giudici, si emettevano le sentenze e si pubblicavano le decisioni per la comunità.
La Rocca Aldobrandesca, situata nel punto più alto del paese, a tramontana, è documentata fin dal 973. Attualmente è costituita di tre parti: i ruderi dell'antica torre (costruita intorno al 1164), quattro piani con solai intermedi e i resti di una cinta muraria.
Nel corso dei secoli ha subito varie trasformazioni: alla fine del Seicento, non servendo più come struttura difensiva, era già in stato di abbandono: "una macìa di sassi e incapace di essere custodita", scrisse un consigliere nel 1754: un po' come l'intero borgo, nelle cui vie pascolavano i maiali.
Il convento di S. Francesco fu costruito nel 1286 ed ebbe un ruolo importante nella vita della comunità fino alla sua soppressione nel 1808 per volere napoleonico, quando fu progressivamente riconvertito in uso civile.
Oggi resta lo splendido chiostro formato da un loggiato scandito da archi a tutto sesto. La chiesa del Crocifisso, addossata al chiostro di S. Francesco, fu edificata nel Cinquecento per onorare e conservare il simulacro del santo patrono, il Crocifisso appunto, che ancora oggi vi è custodito: opera in legno intagliato attribuita a Domenico dei Cori e datata 1420. 
Antichissima è la pieve di S. Giusto, documentata già nel 923 ma risalente, nell'impianto che oggi vediamo, al 1189, come risulta dalla "firma" degli autori, Barone Amico e Bono di Calci, in un'iscrizione sul transetto di sinistra. Bello il portale romanico sormontato da una lunetta e da un architrave ornato a motivi floreali.
Infine, la chiesa della Madonna di sopra la Porta è stata eretta intorno al 1480 e ampliata nel 1772 a memoria di un fatto miracoloso avvenuto nel 1767, quando durante una violenta alluvione l'immagine della Madonna provocò l'inspiegabile apertura della porta "di sotto" del paese permettendo il deflusso delle acque.
Ma ad affascinare è un po' tutto il borgo dentro le mura, con le case e le botteghe medievali del colore della pietra locale, che va in parallelo con quello dei coppi in una sinfonia di rossi e grigi.
In questa vecchia atmosfera rurale, la mente è portata a scavare all'indietro, a leggere, come in antiche pergamene, quel che affiora dai cotti, dalle vecchie pietre scalpellinate, dagli intonaci cadenti, dalle cataste di legna ammucchiate.

Camminando tra gli ulivi, nelle calde giornate estive, si ha quasi la sensazione di essere spiati da guardiani centenari, testimoni di un territorio.
L'ulivo evoca il paesaggio vivo e umanizzato della campagna toscana e di Suvereto in particolare

Qui Il cinghiale e le sue pregiatissime carni sono al centro della Sagra di Suvereto.
Ma basta oltrepassare la porta merlata per trovare il primo bancone con la famosa salsiccia di cinghiale, il prosciutto "col pelo" e altre specialità

mercoledì 6 aprile 2011

Il Borgo di Borghetto

La storia di Borghetto è quella di un punto di passaggio importante e di una zona di confine contesa da opposti eserciti.
Il guado del Mincio era il più comodo e sicuro a sud del lago di Garda, e il fiume una barriera naturale, nei secoli, tra le terre del mantovano e quelle del veronese, in una zona di frontiera presa di mira da signorie ed eserciti che qui avevano i loro appetiti: i Gonzaga, gli Scaligeri, i Visconti, la Serenissima di Venezia, l'Austria, la Francia.
Hanno plasmato questi luoghi anche le battaglie napoleoniche e, soprattutto, quelle risorgimentali: eppure, il verde serpente del Mincio che qui si snoda per le campagne, rivela un'Arcadia insospettabile, suscita rêveries senza fine.
Il paesaggio è immobile, perenne, senza tempo e ci riporta al nostro bisogno di sorgenti, alle nostre fonti, come in ogni mito fluviale in cui acqua e sogni si confondono. Passeggiare a Borghetto di sera per vedere un tramonto sul Mincio, o quando la nebbia confonde i contorni delle case facendo affiorare solo i merli ghibellini, è come naufragare in un medioevo immaginario.
Borghetto è solo questo pugno di case, un antico villaggio di mulini in completa simbiosi con il suo fiume. Un idillio fluviale, con i tre antichi mulini che sembrano nascere dall'acqua.
Il Ponte Visconteo, straordinaria diga fortificata, costruita nel 1393 per volere di Gian Galeazzo Visconti, è stato definito un "check-point d'antico regime". Lungo 650 m. e largo 25, ultimato nel 1395, era raccordato al sovrastante Castello Scaligero da due alte cortine merlate e integrato in un complesso fortificato che si estendeva per circa 16 km.
Il Castello dalla sommità della collina continua a dominare con le sue torri la valle del Mincio.
Della sua parte più antica resta la torre Tonda, singolare costruzione risalente al XII sec., mentre il resto del complesso è databile al XIV sec.

Era dotato tre ponti levatoi di cui solo uno si è conservato. Infine, dentro il borgo, la Chiesa di S. Marco Evangelista è la ricostruzione in stile neoclassico (1759) dell'antica pieve romanica dedicata a Santa Maria (sec. XI), di cui restano due pregevoli affreschi quattrocenteschi
La cosa più bella che offre ai visitatori è appunto un paesaggio naturale di grande respiro e suggestione: le acque del fiume indugiano silenziose tra anse e canneti, dove nidificano numerose specie di uccelli, tra cui i cigni, ma si agitano e imbiancano anche in piccole cascate, che fanno da sottofondo alle chiacchiere della gente, raccolte e protette dalle imponenti rocche del Ponte Visconteo.
Speciali al burro fuso e salvia, ma ottimi anche in brodo, i celebri tortellini di Valeggio spadroneggiano tra i primi (rigorosamente fatti a mano, si possono acquistare in numerosi pastifici di Valeggio e Borghetto).
Qui il tortellino è chiamato "nodo d'amore" perché ricorderebbe il nodo di un fazzoletto di seta intrecciato da due amanti prima di gettarsi nel Mincio.
Il fiume è protagonista nei secondi: luccio in salsa, trota e anguilla, preparati in vari modi, sono da gustare accompagnati dai vini Doc della zona, il Bianco di Custoza e il Bardolino.


martedì 5 aprile 2011

Il Borgo di Corinaldo

Arroccato in posizione strategica tra la Marca di Ancona e lo Stato di Urbino, il borgo di Corinaldo ha il suo simbolo nelle imponenti mura rimaste praticamente intatte dal Quattrocento.
Se ne può percorrere l'intera cerchia, lunga 912 metri, con una suggestiva passeggiata guidata. Le porte, i baluardi, le torri di difesa, i merli ghibellini a coda di rondine, i camminamenti di ronda contrassegnano il paesaggio di questo raro esempio di città fortificata dove ad apparire incongrui sono i segni della modernità, come le automobili o i fili della luce.
Perfetto set di un film di cappa e spada, Corinaldo ha il suo centro nella Piaggia, una scalinata di cento gradini verso cui convergono le case in mattoni rossi disposte a spina di pesce.
 L'ordito urbanistico della città comprende numerosi palazzi gentilizi e notevoli edifici civili e religiosi. Lo sviluppo artistico dei secoli XVII e XVIII è dovuto principalmente alla presenza di grandi personalità come il pittore Claudio Ridolfi, che a Corinaldo visse lungamente e morì, e l'organista Gaetano Antonio Callido, che qui ha lasciato due eccezionali organi a canne, uno dei quali donato alla figlia, monaca di clausura negli ambienti oggi occupati dalla Pinacoteca civica.
 Tra gli edifici pubblici, sono da vedere il Palazzo Comunale, bell'esempio di architettura neoclassica con il lungo loggiato che dà su via del Corso, l'ex Convento degli Agostiniani, costruito nella seconda metà del Settecento e ora utilizzato come albergo, il Teatro Comunale (1861-69) intitolato a Carlo Goldoni e la Casa del Trecento, che ospita la Pro Loco ed è la più vecchia del borgo.
 Le chiese rivelano tutta la spiritualità del luogo, rinforzata dalla lunga appartenenza allo Stato Pontificio.

La Collegiata di S. Francesco ha origini antiche (1265) ma si presenta a noi nelle forme della ricostruzione secentesca e, ancor di più, settecentesca, quando fu edificato il convento (1749) e venne innalzata la nuova chiesa (1752-59).
Il Santuario di S. Maria Goretti, con l'ex monastero ora adibito a Sala del costume e Biblioteca comunale, ingloba con fattezze settecentesche l'antica chiesa medievale di S. Nicolò. L'interno è un bell'esempio di tarda architettura barocca e custodisce numerose opere d'arte, tra cui una grande cantoria lignea che racchiude uno splendido organo di Callido del 1767.
 La Chiesa del Suffragio, terminata nel 1640, fu in seguito demolita e ricostruita per essere riaperta al culto nel 1779. Conserva il dipinto di Claudio Ridolfi che era stato collocato sull'altare maggiore il giorno della prima inaugurazione, il 6 gennaio 1641.

Un altro organo di Callido si trova nella cantoria lignea sopra la porta d'ingresso della Chiesa dell'Addolorata, consacrata nel 1755.
 In piazza S. Pietro il campanile è quanto resta dell'omonima chiesa, demolita nel 1870 perché pericolante. Al suo posto troneggia un grande cedro dell'Himalaya, piantato, pare, da un anticlericale affinché non vi si ricostruisse un altro edificio religioso.
 E ora torniamo alle mura. Il primo impatto del visitatore è con la quattrocentesca torre dello Sperone, alta 18 m. e di forma pentagonale, attribuita all'architetto senese Francesco di Giorgio Martini e più volte restaurata.
 Tra le torri, spiccano anche quella dello Scorticatore (dove le mura raggiungono i 15 metri di altezza), quella del Mangano e quella del Calcinaro, che prendono il nome dalla professione che svolgeva chi vi abitava.

Dalla Rotonda, invece, che fa parte dell'aggiunta rinascimentale terminata nel 1490, proseguendo verso il giro di ronda si accede ai Landroni, un corridoio porticato derivato dalla sopraelevazione degli edifici seicenteschi lungo via del Corso. Da lì si ritorna alle mura, che inglobano alcune imponenti porte bastionate.
 La parte più interessante della cerchia muraria è forse quella di Porta S. Giovanni, in quanto conserva inalterati molti elementi di difesa. L'architettura militare dell'epoca presenta in questo tratto tutto il suo corredo di saettiere, archibugiere, beccatelli, piombatoi e merlature.
 Girando verso il pozzo del Bargello si raggiunge la terrazza sopra l'arco della porta, da cui si può ammirare - come ha fatto il principe Carlo d'Inghilterra nel 1987 - il centro storico e la campagna sottostante, arrivando con lo sguardo fino  al Monte Conero nei giorni limpidi.
I vigneti del rinomato Verdicchio sulle colline intorno a Corinaldo danno un vino delicato, di colore paglierino tenue, dal sapore asciutto, armonico, ottimo per piatti a base di pesce.
Non è ancora Doc ma promette bene il Rosso di Corinaldo.
Il territorio offre anche olio extravergine di oliva, salumi, miele.
 Da non dimenticare la cucina con i passatelli in brodo di cappone sono una specialità della zona che deriva però dalla tradizione culinaria romagnola.
I vincisgrassi, una sorta di lasagne al forno con strati di sugo, parmigiano, pasta e besciamella, sono tipici di buona parte delle Marche.
L'oca arrosto, imbottita di salvia, rosmarino e aglio e contornata di patate tagliate a pezzi grossi, è un'esperienza da fare nei ristoranti di Corinaldo

lunedì 4 aprile 2011

Il Borgo di Cisternino

Suggestiva nel borgo è l'osmosi tra spazi interni ed esterni, tra case, vicoli e cortili, frutto di soluzioni architettoniche dettate da ragioni pratiche, da un senso della comunanza e del vicinato.
Si tratta di un classico esempio di "architettura spontanea", dove non ci sono architetti che seguono un piano prestabilito ma rapporti umani da tessere, tra le case imbiancate a calce e i vicoli stretti, tra i cortili ciechi e le scalette esterne, tra gli archi e i balconi fioriti: spazi dove ci si può "affacciare", dove si crea aggregazione; spazi condivisi, insieme pubblici e privati.
Nel silenzio irreale dei pomeriggi estivi, quando il borgo, prima dell'animazione serale, si abbandona al demone meridiano dell'accidia, è bello passeggiare sulle chianche (la tipica pavimentazione in pietra), nel gioco di luci e ombre che scaturisce dalle viuzze strette, dagli archi, dai sottopassi. Bianco abbacinante dei muri e azzurro del cielo: la poesia del sud.
A cavallo tra Ottocento e Novecento, il paese ha cominciato a svilupparsi al di fuori della cinta muraria, dove l'unico esempio interessante è quello di alcuni edifici con decorazioni liberty in via S. Quirico. Nel borgo, invece, gli edifici storici di maggior pregio sono la torre e la chiesa che si affacciano sulla piazza.
La Torre normanno-sveva, recentemente restaurata, è alta 17 metri ed è stata eretta nell'XI secolo dai Normanni, poi ricostruita in larga parte sul finire del XIV e rimaneggiata più volte nelle epoche successive. Sulla sua sommità è posta una piccola statua di S. Nicola benedicente. La Chiesa di S. Nicola, nota come Chiesa Madre, è stata edificata nel XII sec. sulla precedente chiesa basiliana dell'VIII sec., di cui oggi restano le fondazioni, e modificata nel corso del tempo.
L'attuale facciata, di gusto neoclassico, sostituì intorno al 1848 la precedente, probabilmente romanica. Dell'originario impianto restano importanti tracce all'interno. La volta a crociera del transetto e alcune decorazioni scultoree risalgono ai sec. XIII-XIV. Magnifiche le due sculture in pietra viva di Stefano da Putignano: il tabernacolo dedicato alla Madonna del cardellino (1517) e un altro più piccolo con putti ed ecce Homo. Al di sotto della contigua chiesetta del Purgatorio (XVII sec.), recentemente è stata riscoperta la primitiva chiesa, databile intorno all'anno 1000.
Meritano una sosta, infine, il Palazzo vescovile costruito nel 1560, con facciata in stile tardo-rinascimentale su cui si notano gli stemmi del vescovo-barone; il Palazzo del Governatore (sec. XVI), dall'elegante prospetto a triplice balconata con elementi decorativi rinascimentali; i palazzetti nobiliari delle famiglie Pepe e Cenci; la chiesetta di S. Lucia (sec. XVII) e, fuori le mura, la torre e il Palazzo Amati, in via S. Quirico; la Chiesa di S. Cataldo, completata nel 1783 in stile barocco, con la bella e scenografica facciata; la Chiesa di S. Quirico, eretta tra Sei e Settecento.
Importante per il culto locale è la chiesetta romanica della Madonna d'Ibernia, sorta intorno al 1100 nel periodo della formazione del casale di Cisternino, da cui dista 3 km.
La chiesa incorpora i resti di un preesistente cenobio basiliano costruito non distante da un precedente tempio pagano dedicato alla dea della fertilità Cibele. è conseguenza dell'antico culto verso questa divinità la venerazione del popolo per la Madonna d'Ibernia, detta anche "delle uova", cioè della procreazione e dell'abbondanza.
Al suo santuario viene portato in dono, nelle feste primaverili, lo stesso dolce, il chïrrùchele (dal latino auguraculum, dono propiziatorio), che i fanciulli pagani offrivano a Cibele per propiziarsi la fecondità.
La scelta enogatronomica è difficile, tra friselle, formaggi (il cacioricotta su tutti), olio extravergine di oliva, vino Doc e salumi (ottimo il capocollo).
Tra i primi, celebriamo almeno le orecchiette: al sugo con pecorino e formaggio ricotta o nella variante con cime di rape e acciughe salate

sabato 2 aprile 2011

Il borgo di Castellabate

Il centro storico di Castellabate, compreso nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, è riconosciuto dall’Unesco “Patrimonio dell’umanità” nell’ambito del programma Man and Biosphere. Partiamo da questo dato - che riconosce il profondo valore di questo “Paesaggio culturale” ricco di memorie e di beni artistici e naturali - per andare alla scoperta del borgo, il quale conserva ancora la struttura urbana medievale. Stradine, vicoletti, archi, brevi gradinate, palazzi, slarghi e case intercomunicanti dove domina la pietra grigia, si rincorrono senza soluzione di continuità, ora volgendo le spalle alla luce intensa ora spalancandosi sul verde del pendio che digrada verso il mare splendente, macchiato solo dai banchi delle posidonie, in uno degli angoli più suggestivi della costa del Cilento.
Il castello voluto da San Costabile non fu solo luogo di culto ma anche centro economico e sociale di rilievo, dal momento che proprio da un’ intuizione dell’abate partì una riforma fondiaria portata a compimento dal Beato Simeone. Questi affidò ai contadini la terra chiedendo in cambio solo l’impegno alla bonifica e alla coltivazione. Ben presto il territorio paludoso e malarico tornò all’antica vocazione marinara dei commerci e della pesca. Proprietari terrieri e piccoli armatori trovarono, così, i mezzi per arricchire Castellabate di palazzi, chiese, ville e giardini.
Alle due estremità del borgo, Villa Principe di Belmonte e Villa Matarazzo nella frazione costiera di Santa Maria, preannunciano il fascino che poi si svela nella ragnatela di strette stradine che conducono alla piazza rettangolare, da cui si gode il panorama della vallata che scende al mare lucente di Licosa. La piazza ha un contorno di antiche case che rende vago e leggero questo medioevo di mare, il quale trova compiuta espressione nel Castello, posto in cima a un percorso in lieve salita. A posare la prima pietra fu l’abate Costabile il 10 ottobre 1123. La fortezza, che aveva lo scopo di proteggere la popolazione e i traffici marittimi dalle incursioni dei Saraceni, appare ancora solida e imponente. Le mura, con le quattro torri angolari rotonde poste a presidio dei punti cardinali, racchiudevano all’interno abitazioni, magazzini, forni e cisterne. Dalla fortezza si raggiunge in breve la Basilica di Santa Maria de Giulia, la cui facciata cinquecentesca è affiancata da una torre campanaria modulata su quattro piani. L’interno, suddiviso in tre navate, custodisce un dipinto di autore anonimo trecentesco raffigurante San Michele Arcangelo vittorioso su Satana, e un Polittico con la Vergine in trono con Bambino, San Pietro e San Giovanni Evangelista, opera di Pavanino da Palermo (1472). Un altro luogo di culto, proprio di fronte alla Basilica, è la piccola Chiesa del Rosario della seconda metà del Cinquecento. L’interno si presenta a una sola navata coperta da una volta a cassettoni ottagonali e conserva un altare settecentesco in marmo policromo.    Da vedere anche la bella costruzione ad archi nel porticciolo di Santa Maria, chiamato “Porto delle gatte”.

In questo borgo è stato gilato il film "Benvenuti al sud"

venerdì 1 aprile 2011

Il borgo di Castelsardo

Arroccato su un grande prmontorio affacciato sul mare, Castelsardo con il suo quartiere della Cittadella, o Casteddu - vale a dire il labirinto di stradine contorte dell'antico borgo - offre una visione di gran fascino.
Infatti, da qualsiasi prospettiva lo si guardi - escludendo dalla visuale il quartiere moderno di Pianedda e l'insediamento sul litorale delle Marine - il promontorio di Castelsardo regala vedute da cartolina, in particolare dal Castello, che oggi ospita il Museo dell'Intreccio Mediterraneo ed è sede di convegni e di eventi culturali.
Con i suoi innumerevoli scalini e il dedalo di stradine su cui si affacciano le tipiche abitazioni sviluppate in verticale, gli slarghi in pietra e le piazzette, il centro storico conserva l'impianto risalente alla sua fondazione avvenuta nel 1102, oltre 900 anni fa.
Tra i monumenti più importanti spicca la Cattedrale di S. Antonio Abate, patrono della città, visibile dal mare anche da diverse miglia, grazie al suo campanile in maioliche colorate.
La chiesa¸ sorta nel 1503, conserva uno dei più preziosi retabli della Sardegna, realizzato dal "Maestro di Castelsardo". L'opera, anteriore al 1492, è composta di quattro elementi di polittico dipinti combinando tempera e olio su tavola con fondo d'oro e rivela l'abilità dell'artista di padroneggiare il linguaggio figurativo fiammingo, che dà moltissima importanza alla luce. Non solo: l'artista è riuscito a adattare le nuove esigenze spaziali del rinascimento italiano all'impalcatura gotica che il retablo impone. All'interno della chiesa si ammirano anche arredi di gran pregio, quali gli altari settecenteschi scolpiti nel legno di ginepro.
 Poco oltre, circondata da alte mura che fanno da quinta alla piazzetta antistante, si trova la Chiesa di S. Maria, sede della Confraternita di S. Croce, dalla quale prendono avvio le antichissime sacre rappresentazioni della Settimana Santa. La chiesa custodisce alcuni notevoli tesori, come la Pieddai, una statua di legno policromo raffigurante la Madonna, e soprattutto il crocefisso ligneo del "Cristo Nero", il più antico dellaSardegna, realizzato dai benedettini nel Trecento e portato in processione nella famosa festa del Lunissanti. Gli insediamenti nel territorio di Castelsardo risalgono, però, a molto prima del medioevo, addirittura al neolitico, come testimoniano i numerosi nuraghi eretti nell'area circostante e le Domus de Janas.

Una di queste, la "Roccia dell'Elefante", così chiamata per il particolare aspetto che nel tempo le hanno dato gli agenti atmosferici, risale all'età del Rame.
Si trova sulla strada per Sedini ed ha di fronte il nuraghe Paddaggiu, appartenente all'ultima fase dell'età nuragica e ancora ben conservato. Un'altra testimonianza di questo evo profondo è il nuraghe Ispighia, situato nell'omonima località in posizione strategica sopra la vallata del fiume Frigianu.
 Dalla parte occidentale il promontorio di Castelsardo, allungandosi sul mare verso l'isola dell'Asinara, chiude l'imboccatura del porto di Frigiano, offrendo ai naviganti un sicuro riparo, mentre nella parte opposta degrada sul mare. E' qui che gli antichi romani hanno realizzato uno dei loro approdi, Cala Austina, ancora oggi una bellissima baia.

Sedute sulle scalette dei vicoli dell'antico borgo, è possibile vedere le donne intrecciare cestini in palma nana, seguendo una tradizione tramandata di madre in figlia che risale, pare, all'epoca dei benedettini, ovvero al XIV secolo.
I pescatori più anziani invece costruiscono con il giunco le nasse, una sorta di cestini conici utilizzati per la pesca dell'aragosta.
Qui si posson gustare dei sublimi spaghetti con i ricci oppure con l'aragosta, e in generale tutti i piatti a base di pesce.Il periodo migliore per gustare i ricci è quello invernale, da gennaio a marzo, mentre per le aragoste è preferibile attendere l'estate, poiché nel periodo più freddo occorre rispettare il fermo biologico.